Arco n.1
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Il ritrovamento delle punte di selce DI ALESSIO CENNI
Una scoperta archeologica avvenuta a Firenze suggerisce un’indagine sulle tecniche degli arcieri di un tempo lontano, ricordandoci quanto sia cambiato il mondo in cui viviamo.
Nel marzo 1996, all’aeroporto Amerigo Vespucci di Firenze, erano in corso lavori di ristrutturazione ed ampliamento delle piste di atterraggio quando, dagli scavi conseguenti alle operazioni di drenaggio e consolidamento del suolo, iniziarono ad emergere tracce e manufatti di un’epoca remota. Niente di insolito, tutti gli addetti ai lavori, siano essi archeologi, ingegneri o architetti sanno che scavare il terreno nel nostro Paese comporta un’alta probabilità di imbattersi in reperti o strutture antiche. La posizione della penisola italiana, il suo clima favorevole e le vicende storiche hanno infatti consentito per migliaia di anni il popolamento e gli scambi economici e culturali necessari allo sviluppo di nuove civiltà, ognuna delle quali ha lasciato un patrimonio di arte, tradizioni e tecniche che influenzano ancora oggi tanti aspetti della nostra vita quotidiana senza che neppure ce ne rendiamo conto.
Foto_1) Queste punte di freccia in selce rinvenute all’aeroporto di Firenze, sono ciò che resta di un equipaggiamento da arciere di migliaia di anni fa.
Resti di una capanna lunga 13 metri Ma le tracce rinvenute in quella primavera del 1996 erano davvero molto antiche. Risalivano ai tempi in cui si costruivano monumenti e non si conosceva la scrittura. Su un piano di terreno argilloso gli archeologi portarono alla luce resti di una capanna dalla forma ellittica lunga 13 metri, che in origine era contornata da un piccolo fossetto di drenaggio, mentre il pavimento era ricoperto da ciottoli e ghiaia per garantire un isolamento dall’umidità risalente dal terreno. Al centro della capanna si trovava un piccolo focolare dove gli abitanti si riscaldavano e cucinavano il cibo nei giorni di pioggia. La struttura doveva essere stata realizzata con pali di legno e canne che non si sono conservati. Sul piano di calpestio furono recuperati frammenti di vasellame, utensili per filare e tessere, ornamenti di conchiglia lavorata, un’ascia in pietra levigata, raschietti e punte di freccia in selce e diaspro. Reperti ossei mostrano che gli abitanti della capanna allevavano bovini, capre e pecore ma non disdegnavano battute di caccia al cervo, al capriolo e all’orso nelle foreste sulle pendici delle colline. Il fondo pianeggiante della valle doveva avere l’aspetto di un alternarsi di boschi, radure e laghi poco profondi mentre il clima doveva essere un poco più fresco di quello attuale perché, analizzando i resti di legno carbonizzato del focolare, gli archeologi hanno individuato alberi che oggi crescono solo sui crinali appenninici o addirittura sulle Alpi. Tutto questo avveniva, secondo le datazioni verificate con il metodo del carbonio 14, circa 3650 anni fa.
Foto_2) Gli antichi abitanti della capanna disponevano probabilmente di un’attrezzatura da lavoro simile a questa.
Azioniamo la macchina del tempo Come si è detto, abbiamo delle punte di freccia perdute o dimenticate al momento dell’ultimo abbandono della capanna che, grazie alla loro inalterabilità, ci indicano la presenza dell’arco nella vita quotidiana di questo piccolo agglomerato umano. Possiamo cercare di immaginare e di ricostruire le parti mancanti di queste frecce basandoci sui dati di altri ritrovamenti più fortunati in cui le parti di materiale organico della freccia si sono conservate. Abbiamo inoltre l’aiuto di quelle documentazioni che provengono dai cosiddetti “paralleli etnografici”, poiché in altri territori e in altri continenti c’è chi ha continuato a fabbricare archi e frecce in contesti culturali e tecnologici simili al caso in questione. La gente della capanna fiorentina apparentemente non disponeva ancora di strumenti in metallo adatti a lavorare con facilità il legno massiccio e quindi si può ipotizzare che l’asta delle frecce fosse realizzata partendo da bacchette tagliate da arbusti che producono per natura rami o polloni diritti. Nella flora italiana i candidati più credibili sono il nocciolo, il corniolo, il sanguinello e i viburni. Dopo la raccolta, le aste venivano tenute per qualche settimana o mese all’asciutto, forse appese in un fascio a una trave del tetto, dove potevano stagionare e perdere l’umidità prima di essere scortecciate. Questa operazione, probabilmente, avveniva raschiando le bacchette con una scheggia di selce ottenuta staccandola in un colpo solo da un blocco, forse lo stesso da cui si ricavavano poi anche le punte delle frecce. A questo punto ognuna delle aste doveva essere controllata e i difetti di allineamento dovevano essere corretti tramite due semplici tecniche...
Foto_3) Una scheggia di selce
è estremamente efficace per raschiare
Il laboratorio preistorico In primo luogo, le aste potevano essere raddrizzate con l’aiuto del calore. Il legno può essere forzato ad assumere una forma diversa dopo essere stato portato ad un’alta temperatura che allenta la compattezza delle fibre. Ciò si poteva ottenere avvicinando le aste alle braci del focolare e modellandole poi con le mani. In qualche caso, può essere stata usata come occasionale aiuto una forcella di legno o un corno di cervo: un espediente che non lascia tracce verificabili. In altri scavi archeologici che corrispondono al periodo della nostra capanna, sono stati ritrovati dei veri e propri attrezzi specializzati nella fabbricazione di aste da freccia. Si tratta di blocchetti in pietra ruvida, solitamente di comune arenaria, provvisti di una scanalatura su un lato. Erano usati a coppie e il costruttore li teneva stretti in una mano mentre con l’altra l’asta veniva fatta scorrere avanti e indietro e ruotata su se stessa finché ne usciva una stecca perfettamente rotonda e regolare. Era un attrezzo che funzionava quindi come un rudimentale tornio. A questo punto all’asta veniva praticata un’intaccatura per la cocca con una lama di selce dal bordo ritoccato a pressione che funziona a mo’ di seghetto. Per esperienza pratica, possiamo ritenere che la cocca venisse intagliata all’estremità più sottile dell’asta, quella cioè che in origine era la parte terminale del rametto sulla pianta. In tale modo l’estremità più robusta e pesante avrebbe invece accolto la punta mentre l’asta avrebbe avuto un diametro decrescente verso l’impennatura e la cocca, caratteristiche queste desiderabili in frecce da utilizzare su un arco antico non dotato di finestra. Con lo stesso semplice attrezzo si sarebbe poi intagliato l’alloggio per la punta di selce.
Foto_4) Stretta tra i due
blocchetti di pietra scanalati,
Un uso accorto dei materiali Siamo ora al momento dell’impennaggio che deve rendere stabile e prevedibile il volo della freccia. Gli arcieri della capanna avranno forse usato piume lunghe di oca o di rapace. Quando in Europa si sono trovate frecce integre risalenti al Neolitico, come sul ghiacciaio del Similaun o anche più tarde, fino ad arrivare al periodo medievale, la tecnica solitamente impiegata per fissare le impennature era quella di far passare un filo sottile di tendine o di lino tra le barbe delle penne avvolgendolo in giri stretti a spirale sui calami sino alla cocca della freccia. L’operazione risulta più efficace se la porzione dell’asta interessata viene poi invischiata con un adesivo vegetale come la pece ricavata dalla resina di conifere o di betulla. Anche della semplice cera d’api fornisce buoni risultati. Si deve ricordare a riguardo che le colle antiche ricavate dalla bollitura del tendine o della pelle di mammiferi e pesci erano molto sensibili all’umidità e in un ambiente di foresta umida e paludi un cacciatore avrebbe avuto il costante assillo di mantenere intatti gli impennaggi delle sue frecce. Il metodo del filo e della resina era quindi quello più adatto alle condizioni imposte dall’ecosistema. La punta veniva fissata con gli stessi materiali, prima con la resina e successivamente con l’avvolgimento di tendine o fibre, a sua volta consolidato e protetto con altra resina applicata all’esterno. La selce o il diaspro producevano punte dal margine molto tagliente e l’asta di legno trasmetteva bene la forza dell’arco sul bersaglio al momento dell’impatto. In condizioni reali di caccia nella foresta, dove le distanze medie dei tiri sono di 20 metri, frecce costruite con queste tecniche si rivelano sorprendentemente efficaci. Possiamo immaginare allora le battute di caccia di quel lontano passato e quelle frecce che sibilavano tra le fronde degli alberi là dove oggi decollano gli aerei a reazione.
Foto_5) Sin: Un filo di
tendine stringe i calami delle penne all’asta
. Alessio Cenni
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