Arco n.1
2002
 


Arco n.1 
Stefano Benini:
Howard Hill, l’uomo dietro le quinte
Arco n.1 
Alessio Cenni:
Il ritrovamento delle punte di selce


Arco n.2 
Alessio Cenni:
L’arco di legno

Arco n.3 
Stefano Benini:
Il grande arco da guerra, la verità dietro il mito

Arco n.4 
Silvano Borrelli:
E adesso pensiamo al legno!

Arco n.5 
Stefano Benini:
Il grande arco da guerra, la verità dietro il mito (II)

Arco n.6 
Stefano Benini:
Inagaki Genshiro Yoshimichi, ultimo guerriero della pace

  

Howard Hill, l’uomo dietro le quinte


DI STEFANO BENINI
 

Quando la Warner Brothers, nel lontano 1937, decise di girare “Le avventure di Robin Hood” apparve improvvisamente il grande Howard Hill. Aneddoti e tiri difficili alla luce dei trucchi cinematografici.

 

Nel 1937 la Warner Brothers prese la decisione di girare “Le avventure di Robin Hood”, un colossal dal ragguardevole costo di due milioni di dollari dell’epoca che ogni tanto la Tvci ripropone e che, nonostante le ingenuità storiche hollywoodiane, rivediamo sempre divertiti, se non altro per le acrobatiche gesta che ci ripropone la star Errol Flynn nei panni del mitico fuorilegge. Sebbene l’eroe arciere d’Inghilterra fosse stato rappresentato altre volte in pellicola fin dai tempi del cinema muto, questo film e la sua lavorazione meritano che si apra una finestra dietro le quinte per la presenza dello straordinario uomo ed arciere chiamato ad eseguiregli incredibili tiri richiesti dal copione, dal vivo e senza trucchi.

Nessun attore del cast sapeva maneggiare un arco

Quando si seppe la brutta notizia che nessun attore del cast era in grado di maneggiare un arco,un membro dell’esecutivo commentò: “bene, noi cacceremo i soldi ma chi tirerà le frecce?”. Da quel momento le cose rischiarono di prendere una brutta piega. Il dipartimento di produzione che rimuginava sul problema appariva piuttosto buffo: uomini adulti che bighellonavano in maniche di camicia raccontandosi di quando da piccoli giocavano ad colpire il ragazzino della porta accanto con frecce giocattolo, naturalmente gridando al momento giusto: “sei morto!”.  mmaginarono che alcuni di quei bambini dovevano aver continuato a tirare ed era così: c’erano circa un milione e mezzo di arcieri in America in quegli anni. Tra questi forse dieci o quindicimila andavano a caccia con l’arco e, una volta ogni tanto, portavano a casa qualcosa. “Non sono bravi abbastanza!”, disse il regista quando gli vennero portate sul tavolo quelle statistiche... non poteva mettere a rischio la vita di alcune centinaia di comparse. “Signori, disse, nel fare il nostro Robin Hood noi vogliamo sì il realismo, ma non vogliamo sciagure”. Questo escludeva quindi l’impiego di arcieri mediocri o anche solo “bravini”, avrebbero dovuto pertanto trovare un arciere veramente esperto per eseguire i tiri spettacolari necessari, ma dove?

A nessuno venne in mente la National Archery Association e la produzione giurava di non aver diramato alcuna ricerca ufficiale di arcieri. Tuttavia, quel magico fermento tutto hollywoodiano e noto nell’ambiente come “la vinaccia degli Studios”, era già entrato in azione. Arcieri di ogni tipo ed età si assieparono ai cancelli degli studi e tutti dicevano di essere bravi.

Al regista William Keighley venne l’idea di improvvisare un campo di tiro lungo circa 35 metri nello studio n°1: scelse cinquanta di questi arcieri che parevano essere i più adatti dal punto di vista fotogenico e disse a questi di tirare meglio che potevano.

 

Foto_2) Hill mentre insegna a tirare all’attore Basil Rathbone sul set di “Robin Hood”.

 

Nove frecce nel centro e quattro nel “rosso”

Questa prima eliminatoria ridusse quei cinquanta a cinque soltanto. Keighley disse a costoro di tirare sei frecce ciascuno il più rapidamente possibile: “voglio vedere in quanto tempo le tirate e quante di loro andranno a segno, partirete al mio via”.Quando il regista diede lo stop ai tiri, uno degli arcieri aveva scoccato tredici frecce invece di sei e con ciascuna di esse aveva centrato una targa diversa: di queste tredici, nove erano nel centro e quattro nel “rosso” che, come sappiamo, è il cerchio interno più vicino al centro e in quegli anni i colori non erano suddivisi in due zone. L’arciere che tra gli altri quattro gli si era avvicinato di più era riuscito a tirare solo tre frecce e nessuna di queste aveva colpito il centro.

A quel punto il regista, agitando le braccia per fermare ogni ulteriore esame, disse: “pare ci sia un solo arciere qui! Come ti chiami giovanotto e di che nazionalità sei?”. “Howard Hill”, rispose l’uomo dalla carnagione scura che gli astanti avevano già soprannominato il tiratore folle. “Immagino di dovermi chiamare americano anche se ho un po’ di sangue pellerossa nelle vene”.

Gli venne chiesto di raccontare qualcosa della sua esperienza di arciere. Hill ammise senza particolare enfasi di aver abbattuto un bisonte di 310 chili con l’arco.

Aggiunse poi che poteva colpire con una freccia un pesce immerso in tre metri e mezzo d’acqua, che poteva fermare le ali di un’anatra mentre erano aperte e sovrapposte e che durante alcune esibizioni aveva facilmente “portato via” la sigaretta di bocca ad un uomo con una freccia.

Il regista sorrise e citò qualcosa sul tiro per spaccare in due un ramo di salice a cento passi, che Robin Hood, secondo le ballate, era solito fare. Ma questo non impressionò per nulla Hill: “facevo quel tiro fin da ragazzino”, disse con semplicità.

“Non ho mai perso un solo torneo di tiro di campagna e ho vinto sei titoli nazionali di Golf-Archery”.

 

Foto_3) Nel disegno realizzato da Ned Dameroon,
Howard Hill esegue uno dei famosi tiri immortalati nel film “Robin Hood”.

 

Il regista lo scritturò subito

A quel punto Keighley era davvero divertito e disse: “forse dovremmo mandare a casa tutte queste nostre star di Hollywood e scritturare te per il ruolo. Hai anche il fisico e l’aspetto giusto e pare che tu sia più bravo del Robin originale!”. “Quel tizio deve avere avuto un bravo agente pubblicitario” disse Howard. Poi aggiunse: “ho un laboratorio a casa mia verso il nord, dove costruisco attrezzatura arcieristica in modo artigianale e senza macchinari . Gli archi fatti a mano sono migliori perché si può lavorare ogni singola venatura del legno”. “Sei assunto - disse Keighley - spiega al capo magazziniere di che cosa hai bisogno e poi torna qua lunedì per insegnare a 22 comparse e sei attori come si tira con l’arco”. Così, alcuni giorni dopo, treni speciali fecero giungere centinaia di attori nella città di Chico, circa 400 chilometri a nord di Hollywood nella Sacramento Valley. Per la presenza di molte querce reali, tutte le sequenze ambientate nella foresta di Sherwood vennero girate a Bidwell Park, nei dintorni di quella piccola città. Nella scena del torneo di tiro con l’arco Howard inscenò il primo trucco battendo se stesso nei panni del capitano degli arcieri dello sceriffo. Una freccia viaggia troppo veloce perché se ne possa mostrare l’intero tragitto in una qualsiasi scena, così Errol Flynn eseguiva i tiri a vuoto e su lunghe distanze mentre era Hill a tirare sui bersagli ripresi poi in primo piano.

Ma, prima che il sole tramontasse, Howard dovette tirare a un cervo per conto di Herbert Munden: inquadratura a campo lungo di Munden seduto sul ramo, il cervo che si avvicina ed entra in campo, primo piano di Munden sull’albero, tagliato poi in campo medio per riprendere il tiro eseguito da Hill, con la telecamera piazzata sopra le sue spalle in modo che il volto non comparisse.

Un effetto speciale semplice ma pienamente riuscito.

 

Otto settimane di riprese nella Sherwood di Bidwell Park

Poi venne un tiro rischioso: portare via una mazza ferrata dalla mano di Basil Rathbone, nei panni di Sir Guy di Gisborne. Flynn  venne ripreso in primo piano nell’atto di tirare da cavallo, quindi Howard tirò la freccia autentica da fuori campo; l’inquadratura mostra soltanto la freccia che colpisce il suo bersaglio, la mazza nella mano dello stupito attore che viene scaraventata via dalla furia del potente arco di Hill.

Ma il fatto sconcertante di quel giorno fu che da quel momento in poi Rathbone acquisì una tal fiducia nell’abilità di Hill da fargli rifiutare la controfigura. Concediamogli il merito di una mano ferma e il fegato di rischiare di ferirsela, anche perché Howard in questa sequenza usava una normale freccia da caccia! Quelle otto settimane a “Sherwood” passarono in fretta. Il regista Wilhelm Curtis aveva preso in mano la produzione e tutti erano tornati negli Studios, con un sacco di lavoro da fare. Secondo il racconto dello stesso Hill, gli toccò “uccidere” undici persone durante la lavorazione del film. Di queste undici scene soltanto due riuscirono perfettamente al primo tiro, le altre furono rifatte parecchie volte. Perciò, con una media di circa cinque frecce in ciascuna delle nove scene rimanenti, divennero quarantacinque frecce in tutto che egli tirò addosso agli stuntmen. Certo, erano tutti stuntmen… nessun’altro avrebbe corso un rischio simile.

Howard disse: “se una qualsiasi di quelle quarantacinque frecce avesse mancato il segno sarebbe stato un disastro”. Ogni stuntmen infatti portava sotto il suo costume di scena una piastra d’acciaio dello spessore di circa tre millimetri, dietro la quale c’era un’imbottitura in feltro per attutire il colpo, ma sulla parte esterna della piastra era fissato uno strato di sette centimetri di legno di balsa per consentire alla freccia di conficcarsi.

Queste piastre erano rettangoli alti circa 35 cm e larghi 30 cm. Howard commentò: “fintanto che le mie frecce a punta piatta colpivano all’interno di quel rettangolo, lo stunt era al sicuro”.

 

Foto_4) Quando inizia il torneo di tiro nella pellicola cinematografica sull’eroe della foresta di Sherwood, Howard Hill è alla testa degli arcieri nelle vesti di capitano.

 

Hill doveva “abbattere” un cavaliere lanciato al galoppo

Il tiro più difficile di tutto il film fu quello in cui Hill doveva “abbattere” un cavaliere sul suo cavallo lanciato in pieno galoppo. Il bersaglio da centrare infatti correva verso di lui allo stesso tempo sobbalzando velocemente su e giù.

“Dovetti tirare a due comparse in questo modo: per uno ci vollero sei frecce e per l’altro sette, anche se nel film si vede un solo tiro ciascuno”, disse Hill.

Gli stunt a cavallo che galoppavano frontalmente avevano una oscillazione continua basso-alto di circa 25 cm, ma Howard colpì sempre le piastre protettive in pieno centro, tranne una sola volta in cui colpì a soli sette centimetri dal bordo superiore del rettangolo! Tuttavia furono necessari molti tiri in quanto a volte lo stunt continuava la sua cavalcata invece di cadere subito da cavallo, come uno colpito a morte dovrebbe fare.

Altre volte la freccia si piantava nella balsa, ma non appena gli zoccoli del cavallo battevano sul terreno, il contraccolpo spezzava l’asta e la parte posteriore impennata se ne volava via, oppure accadeva che la freccia colpiva un foro precedente della balsa e rimbalzava fuori. Tutto ciò voleva dire ovviamente che la scena andava rifatta. Molte delle comparse che Howard “centrava” lamentavano di avvertire un forte impatto della freccia nonostante la piastra, il legno e lo spesso feltro protettivo che indossavano. Howard rideva divertito alle loro reazioni quando la prima freccia li colpiva poiché erano sia scioccati che sorpresi dalla potenza del suo arco.

Hill immaginava che fosse per un quarto la loro bravura a recitare e per tre quarti il reale impatto della freccia che li sbalzava letteralmente da cavallo! Howard usava il suo longbow da 80 libbre, non era affatto abituato a libbraggi inferiori.

 

Disegnò e costruì le punte per le scene del torneo di corte

La scena più buffa, se così si può dire, fu quella in cui Howard dovette “uccidere se stesso” in un duello. “Il copione richiedeva che Flynn spedisse me all’altro mondo”, spiegò Howard, “ma, siccome io ero il solo a cui fosse consentito tirare dove vi era rischio per gli attori, facemmo in questo modo. Flynn scoccava la freccia che avrebbe dovuto uccidermi - un primo piano suo - poi io prendevo il posto di Flynn sulle scale e uno stunt prendeva il mio, ricevendo la freccia fatale dal mio arco.

Era un tiro lungo ma le figure riprese erano piccole e siccome tutta la scena era poco più di un flash, il pubblico non poteva notare chi realmente stesse tirando la freccia.

Oltre ad “uccidere tutta quella gente Hill dovette anche tagliare la corda che stava per impiccare Robin e spaccare in due la sua stessa freccia durante il torneo di corte. Per entrambi questi exploit Howard disegnò e costruì le punte di freccia che avrebbe usato. Fece una punta a “mezza luna” affilata come un rasoio sul davanti: era larga 3,5 cm poiché in origine era stata disegnata per andare a caccia di quaglie.

La freccia da spaccare era in legno con la cocca intagliata direttamente nell’asta: sarebbe stato quasi impossibile tirare e spaccare in due esatte metà una freccia con la cocca in plastica perché l’asta, per accogliere la cocca sopra di essa, è appuntita proprio dove deve iniziare ad aprirsi.

I cameraman filmavano i tiri che Howard faceva restando fuori campo, perché persino ad un fuoriclasse come lui risultava assai difficile spaccare una freccia da “cima a fondo” per tutta la sua lunghezza, anche se in legno e di venatura perfettamente rettilinea.

Doveva essere colpita nel modo giusto, cioè nella fessura della cocca.

Se infatti viene colpita di lato viene solo scheggiata ma non aperta.

Così Howard dovette tirare nove volte prima di ottenere la freccia spaccata come da copione: di quei nove, sei scheggiarono soltanto l’asta o la ruppero parzialmente; due spennarono la freccia ed infine il nono tiro fu quello perfetto... la freccia si spaccò da cima a fondo e quella scoccata rimase infissa in mezzo alla prima.

Steve Hayes, storico dell’arcieria, ha scritto che Howard Hill è stato una figura contemporanea dominante, uno di quei pochi che diventano leggende viventi ed in più un uomo che ha fatto più di chiunque altro per far conoscere l’arco al grande pubblico.

Egli dava dimostrazioni di tiro mozzafiato sia in America che in altri Paesi, giunse ad esibirsi anche in Giappone dove trovò la specie di bambù che in seguito usò per costruire il suo tipo di longbow laminato che preferiva.

Nel 1960, ad una delle frequenti conferenze che teneva in giro per gli States, un gruppo di boy scouts gli chiese di raccontare loro qualcosa di quando fece gli exploits per il famoso film con Errol Flynn.

 

Fra i tiri speciali il taglio del cappio di Errol Flynn

Howard, dopo averci riflettuto su un po’, disse: “lasciate che vi dica di come tutti fossero estremamente impauriti al pensiero di un qualche “clown” che credeva di essere Guglielmo Tell e che voleva tirar loro addosso delle frecce vere! Non erano affatto felici al solo pensiero”, spiegava ammiccando. “Infatti i primi giorni la maggior parte degli attori e delle comparse semplicemente sparivano il più velocemente possibile ogni volta che arrivavo sul set. Ma, dopo avermi visto fare alcuni dei tiri speciali, come il tagliare la corda del cappio di Flynn, spaccare in due la freccia o centrare quei tipi a cavallo che correvano nella foresta di Sherwood senza che nessuno si facesse mai male, beh… iniziarono a rilassarsi, specie quando videro che il film andava avanti e non sbagliavo un tiro. A quel punto molti di loro mi si avvicinavano per chiedermi quando sarebbe stato il loro turno! È così che vanno le cose”. Howard amava l’arco e da arciere è sempre vissuto, fino alla fine.

 

Stefano Benini

 

 

Fonti:

Howard Hill, The Man and the Legend”, Craig Ekin, Charger Production 1982.

The Third Invention”, Steve Hayes, Hammersmith Book, Underwood-Miller 1990.

 

 

 

 

 

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