Arco n.3
2001
 


Arco n.1
Stefano Benini: Agli albori di uno sport moderno - I parte
Arco n.1
Alessio Cenni: L'arco di Fiavé-Carera
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Conoscere il lovasijasz


Arco n.2 
Silvano Borrelli: L'arco di Ulisse
Arco n.2 
Barnaba Maj: La caduta di Troia e l’arco di Filottete


Arco n.3
Stefano Benini: Agli albori di uno sport moderno - II parte


Arco n.4 
Vittorio Brizzi: ll libro "La Caccia con l'arco nel medioevo" di G. Amatuccio
Arco n.4 
Luciano Cecili: Flight shooting


Arco n.5 
Silvano Borrelli: Gli archi dei faraoni
Arco n.5 
Alessio Cenni: Gli archi di tasso nel medioevo


Arco n.6 
Stefano Benini: L'arco di Holmegaard

  

“La caccia con l’arco nel Medioevo”
recensione del Libro di Giovanni Amatuccio

di VITTORIO BRIZZI

Greentime pubblica un libro di rara bellezza sull’attività venatoria con l’arco. Alle radici della nostra storia accompagnati da un autore d’eccezione che risponde al nome di Giovanni Amatuccio.

 

Giovanni Amatuccio è una delle persone più emblematiche e interessanti che l’arcieria italiana abbia visto negli ultimi decenni. Quando cominciò, anni fa, le sue ricerche sulla storia dell’arcieria si accorse subito della mancanza di una vera e propria letteratura sull’argomento nella pubblicistica italiana. A fronte di timidi passi che cominciavano a muoversi in particolare su questa rivista, mancavano testi specifici dedicati e completi. Si ripromise allora di iniziare un lavoro di pubblicazione dei “testi sacri” dell’arcieria occidentale e segnatamente di quelli più sconosciuti e dimenticati. Pubblicò alcuni di questi trattati nel suo libro sull’arcieria bizantina (“Peri Toxeias”): nel frattempo altri avevano intrapreso con la stessa passione questa strada e, ad esempio, grazie al lavoro di Stefano Benini, disponiamo ora di un’ottima edizione italiana del “Toxophilus”. Da parte sua, Amatuccio ha cercato oggi di porre un altro tassello nella costruzione di questo mosaico del patrimonio scritto sull’arcieria occidentale, con un altro libro che raccoglie alcuni testi specifici del Medioevo sulla caccia con l’arco. Nell’introduzione il libro esamina la singolarità dell’arco come arma da caccia nel Medioevo, consistente soprattutto nella sua versatilità sociale, in quanto trovava un suo posto sia nella caccia nobiliare che in quella popolare. Un topos della caccia popolare medievale era infatti costituito dalle leggende di Robin Hood. In esse, appunto - a prescindere dal fatto se debbano essere considerate come una trasposizione di vicende realmente accadute, oppure semplicemente come avvenimenti leggendari - è facile rintracciare l’eco d’eventi legati ad un periodo e ad una regione nei quali la caccia con l’arco era largamente praticata dai ceti inferiori come mezzo di sostentamento. Ma anche i nobili, nonostante l’avversione per l’arco in campo militare, non disdegnavano il suo uso per la caccia. In questo caso essa era praticata soprattutto nella sua versione in “battuta” (in francese, “par force”), in particolare al cervo. In tale tipo di caccia il grosso ma mansueto animale poteva essere facile bersaglio per i dardi degli arcieri e nello stesso tempo permetteva l’allestimento di grandi battute con cani, battitori e cacciatori appiedati, che davano occasione al signore di sfoggiare tutta la propria potenza economica ed organizzativa. La disamina del tema continua con numerose citazioni tratte dai romanzi arturiani e di gesta, specchio fedele del modus vivendi delle corti europee del Medioevo. E qui si vedrà come - dal “Nibelunglied”, con Sigfrido in veste di arciere cacciatore, al ciclo dei romanzi bretoni, con Tristano anch’esso dipinto come abile cacciatore con l’arco - gli eroi dei romanzi medievali fossero spesso descritti in atto di cacciare con l’arco. La sezione centrale, infine, che costituisce la parte forte dell’opera, raccoglie una serie di testi tradotti dal latino o dal francese antico nonché un testo arabo del XIV secolo. L’antologia si apre con un breve trattato latino del XIII secolo (il De arte Bersandi, dal quale prende il nome la pubblicazione), scritto probabilmente da un cavaliere tedesco immigrato in Italia meridionale alla corte di Federico II. Segue poi il capitolo sull’arco di un celebre trattato venatorio francese del XIV secolo, il “Libro del Roy Modus”, nel quale l’esposizione del tema è particolarmente minuziosa. Si passa dalla descrizione dei diversi tipi di arco adatti alle differenti cacce: arco leggero per la caccia alla posta, arco forte per quella da cerca; alla descrizione di quello che oggi viene chiamato “tree stand”. Vengono prescritte le modalità per condurre battute di arcieri al cervo, con o senza cani: come disporre gli uomini alle poste, i battitori, i cani, ecc. Particolare attenzione è dedicata a come usare l’arco con i diversi tipi di selvaggina (lepre, cinghiale, cervo, volpe, ecc.). Altri interessanti particolari sono la descrizione della mimetizzazione o come sfruttare il cavallo per nascondersi alla vista della selvaggina. Infine, non mancano alcuni riferimenti tecnici agli archi usati (si tratta di longbow che scopriamo, quindi, essere usati anche in Francia), alle frecce nonché alcuni accenni alla tecnica di tiro. Seguono poi un testo simile tratto da un altro trattato francese coevo, “Le livre de Chasse” di Gaston Phoebus; un brano dedicato alla caccia con l’arco così come praticata nel vicino Oriente musulmano, che rende l’idea della diversità delle tecniche e della concezione stessa dell’arcieria, qui tenuta in gran conto e praticata essenzialmente a cavallo; un breve testo del libro di Pier de’ Crescenzi Ruralia Commoda (o De Agricultura). Infine il testo integrale de “L’Art d’Archerie”, un breve ma denso trattato francese del ‘500 di poco anteriore al “Toxophilus” che, pur non trattando specificamente della caccia, fornisce una serie di preziose notizie tecniche sull’arco, l’attrezzatura e la tecnica di tiro dell’arco lungo, fungendo così da complemento necessario agli altri testi venatori. Al di là del suo ovvio interesse tecnico per chi pratica oggi questa disciplina, il libro di Amatuccio rappresenta una preziosissima sintesi documentativa di un mondo ricco, lontano nel tempo ma straordinariamente vicino al nostro. È come se l’arco e la freccia annullino le barriere dello spazio e del tempo.

 

Vittorio Brizzi

 

Chi è l’autore

Giovanni Amatuccio (Salerno, 1955) si occupa di Storia Medievale, ed in particolare di storia militare e storia dell’arcieria. Collabora con la cattedra della materia presso l’Istituto Universitario Suor Orsola Benincasa di Napoli. È autore di vari saggi ed articoli tra i quali: Peri Toxeias. L’arco da guerra nel mondo bizantino e tardo-antico, Planetario, Bologna 1996; Saracen Archers in Southern Italy, in “Journal of Society of Archers-Antiquaries”, (1998); “Fino alle mura di Babilonia”. Aspetti militari della conquista normanna del Sud, in “Rassegna Storica Salernitana” 30 (1998).

 

 

 

Attraverso una raccolta antologica di brani estratti da trattati medievali di caccia  (Le Roy Modus, Le livre de Chasse di Gaston Phebus, L’art d’Archerie, De Arte Bersandi ecc.) tradotti e commentati per la prima volta in italiano, il volume “La caccia con l’arco nel Medioevo” illustra le tecniche della caccia con l’arco nei secoli dell’Età di Mezzo. Come si conduceva una battuta al cervo, come si allestiva un appostamento per il cinghiale, come si preparava l’attrezzatura necessaria: l’arco, le frecce ecc. Questi ed altri argomenti vengono affrontati attraverso una  rigorosa analisi  dei testi ed un puntuale commento tecnico.

 

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