Arco n.2
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La caduta di Troia e l’arco di FilotteteDI BARNABA MAJ Un tuffo nel passato per riappropiarci di alcuni suggestivi passaggi tratti da opere immortali come l’Iliade e l’Odissea.
Paride è all’origine della guerra di Troia e la sua morte è legata alla caduta della città. Paride è un grande arciere e dovrà cadere per mano di un arciere più grande di lui. Chi era ce lo dice l’ottavo canto dell’Odissea, nel quale Odisseo, ospite in incognito dei Feaci, piange di nascosto nel sentire il cantore narrare le gesta della guerra troiana. Provocato a sfida nelle gare, Odisseo dice tra l’altro di sé: “So maneggiare bene l’arco polito; alla prima / colpisco un uomo di freccia, tra il folto / dei guerrieri nemici, anche se in folla i compagni / stanno intorno e tirano dardi. / Solo Filottete mi superava con l’arco / in terra troiana, quando d’arco tiravamo noi Achei” (215-220). Aggiunge anche di non temere confronto con altri viventi e solo con eroi antichissimi come Eracle - in grado di gareggiare anche con gli dèi - non vorrebbe mai misurarsi.
La profezia di un oracolo La guerra di Troia langue e si trascina stancamente. I Greci si rivolgono all’oracolo. Il responso sembra dare un’indicazione facile: Troia cadrà solo con l’arco di Eracle. Ma l’arco si trova nelle mani di Filottete. E l’oracolo ha aggiunto: è necessario che a maneggiarlo sia Filottete in persona. E questa è una tremenda complicazione. Narra Apolloro che Filottete, re della terra di Melíbea in Tessaglia e figlio di Peante (un membro della spedizione degli Argonauti), era tra i pretendenti di Elena quando questa scelse Menelao e partecipò al patto che li vincolava tutti a correre in aiuto del prescelto se questi fosse stato offeso. Filottete era perciò a capo di una spedizione di sette navi, allestita per partecipare alla guerra troiana. Ma a Troia non era mai arrivato. Al fatto e alla relativa leggenda allude in modo alquanto misterioso un solo passo dell’Iliade, nella parte nota come “Catalogo delle navi”: “E quelli che abitavano Metone e Taumacia, / e avevano Melíbea e l’aspra Olizone, / di questi guidava Filottete esperto dell’arco / sette navi; e cinquanta rematori in ognuna / salivano, esperti a combattere gagliardamente con l’arco. / Ma quello giaceva in un’isola, soffrendo violenti dolori, / in Lemno divina, dove lo lasciarono i figli degli Achei, / che spasimava per piaga maligna di serpe funesto. / Egli giaceva laggiù straziato, ma presto dovevano ricordarsi / gli Argivi, presso le navi, del sire Filottete” (2, 716-725). Secondo il mito, Eracle in persona aveva donato il suo arco a Filottete perché aveva dato fuoco al suo rogo, vincolandolo però a tenere segreto il nome del luogo. Pur non pronunciandolo mai, sul monte Eta Filottete lo aveva però indicato battendo i piedi. E Eracle lo aveva punito a distanza di tempo, facendolo mordere da un serpente nella minuscola isola di Tenedo, durante le tappe di avvicinamento della flotta greca a Troia. Secondo un’altra versione, accolta da Sofocle, fu invece nell’isola poi scomparsa di Crise che la ninfa del luogo lo punì per averne profanato il santuario. In ogni caso, l’insanabile ferita di Filottete provocava spasimi violenti e urla di dolore ed emanava un terribile odore. Insofferenti per le urla e l’odore, i Greci decisero di abbandonare Filottete nell’isola di Lemno, ove egli visse per dieci anni (la durata della guerra). A consigliare Agamennone in questa decisione era stato proprio lui: Odisseo. Ecco perché l’Iliade dice che gli Argivi si sarebbero ricordati del re Filottete. Ma anche l’oracolo se ne è ricordato, vincolando l’impiego dell’arco di Eracle alla sua partecipazione.
“Filottete”, la tragedia di Sofocle Ma come convincere l’eroe a cui con l’abbandono e l’esilio i Greci stessi hanno inferto una grave e ingiusta sofferenza? Da questa situazione parte la tragedia “Filottete” (409 a.C.), un pezzo drammaturgico di straordinaria profondità umana. Già in apertura abbiamo due grandi invenzioni: Sofocle immagina che a compiere la difficilissima missione siano Odisseo e Neottolemo - personificazioni della forza e dell’astuzia - e che l’isola di Lemno sia completamente deserta. Il luogo dell’azione è infatti una scogliera presso il promontorio del monte Ermeo, in cui si apre una caverna: “straziato” dal dolore, qui vive Filottete. In molte interpretazioni della tragedia si dice che alla fine Odisseo con l’astuzia riesce a impadronirsi dell’arco di Filottete. Ma non è così. Al contrario, qui l’astuzia va incontro ad uno scacco e il principale evento drammatico dimostra una sottile relazione metaforica tra l’arco e l’anima umana. “Devi catturare l’anima di Filottete con accorti discorsi” (54-55): questa è la principale indicazione che Odisseo dà a Neottolemo nel prologo della tragedia. Saputo di dover trattare con un uomo più anziano e sfiancato dalla ferita, Neottolemo pensa che basti agire con la forza, strappandogli l’arco. Ma Odisseo sa che non è questa la volontà dell’oracolo. Non si possono usare né la forza né la diretta persuasione. Né egli può agire direttamente, poiché Filottete lo riconoscerebbe subito come suo nemico. Non resta allora che la strada della “persuasione ingannevole”: Neottolemo si fingerà offeso dai Greci che gli hanno negato le armi del padre Achille assegnandole ad Odisseo e, conquistata l’amicizia di Filottete, lo persuaderà a consegnargli l’arco. Memorabile lo scambio di battute con cui Odisseo convince Neottolemo ad agire con l’inganno (101-116)...
Parole ingannevoli che persuadono Neottolemo Che altro mi imponi se non di mentire? Odisseo Io ti dico di prendere Filottete con l’inganno. Neottolemo Perché con l’inganno e non con la persuasione? Odisseo Non si lascerà persuadere, e con la forza non riusciresti a prenderlo. Neottolemo Possiede una forza così tremenda in cui confidare? Odisseo Sì, frecce infallibili, che portano la morte. Neottolemo Non si può osare nemmeno d’avvicinarlo? Odisseo No, se non lo si prende con l’inganno, come ti dico. Neottolemo Non ritieni vergognoso dire menzogne? Odisseo No, se la menzogna apporta salvezza. Neottolemo Ma con che faccia un uomo oserà raccontare simili falsità? Odisseo Quando si fa qualcosa in vista di un profitto, non è il caso di esitare. Neottolemo Ma che profitto ne traggo io, se costui viene a Troia? Odisseo Questo suo arco è l’unico che possa espugnare la città. Neottolemo Non dicevate che sarei stato io il vincitore? Odisseo Né tu senza l’arco, né l’arco senza di te. Neottolemo Se è così, bisogna dargli la caccia.
Il ruolo di Neottolemo Così Neottolemo recita la sua parte. Nel riconoscere la parole di un greco, Filottete si commuove. Grande è il suo stupore nell’apprendere che ha di fronte a sé il figlio di Achille e profonda la sua amarezza quando questi gli dice di non sapere nulla di lui. Così i Greci mi hanno abbandonato una seconda volta, calando il silenzio su di me, dice Filottete e prende a raccontare sia le atroci circostanze del suo abbandono che i lunghi anni di vita solitaria. Come ha previsto Odisseo, ora Neottolemo non ha difficoltà a portare dalla sua parte Filottete, spiegandogli di avere lui stesso sperimentato la perfidia degli Atridi (la stirpe di Agamennone) e del forte Odisseo che con l’inganno gli sottrassero le armi del padre morto. L’identificazione è tanto più forte perché Filottete nulla sapeva della morte dell’ammiratissimo Achille che, gli dice Neottolemo, è caduto non per mano di un uomo ma di un dio, abbattuto da un dardo di Apollo (335). I due eroi si ritrovano così, come dice l’ignaro Filottete, nella “concordia del dolore” (403). Neottolemo finge ora di dovere andare, per attendere vicino al mare il momento più propizio per imbarcarsi. Nell’udire questa notizia, Filottete gli rivolge un’accorata preghiera: “sopporta tutto il fastidio che posso recarti ma abbi pietà di me, strappami a questa lunga solitudine e portami via con te” (468-506). Già qui, dopo un notevole scambio di battute con il coro, nell’animo di Neottolemo accade qualcosa. Le parole con cui egli accetta la richiesta di Filottete - la nave di sicuro lo accoglierà, né opporrà rifiuto (527) - appaiono dettate da un sentimento di pietà sincera. La trama ordita dall’astuzia di Odisseo è talmente sottile che sembra avere previsto in anticipo che Neottolemo potrebbe vacillare. Improvvisamente compare così in scena un falso mercante che recita un mirabolante racconto. Avverte Neottolemo che è tempo di fuggire immediatamente, poiché gli Atridi hanno allestito una flotta per inseguirlo. Come mai non c’è anche Odisseo? gli chiede Neottolemo. Perché si è messo in caccia di un altro, risponde il falso mercante, fingendo di non poter parlare davanti ad un estraneo.
Il racconto del falso mercante Convinto da Neottolemo, rivela che questi altri non è che Filottete stesso. E qui, attraverso il racconto del falso mercante, è introdotta la leggenda dell’indovino troiano Eleno che, catturato da Odisseo, rivelò che i Greci “non avrebbero mai distrutto la rocca di Troia, se prima non avessero persuaso e portato via quest’uomo dall’isola in cui si trova” (611-613). Di questo nulla so, commenta Neottolemo. Il mercante esce. È evidente lo scopo di Odisseo. Attraverso il discorso del falso mercante è riuscito indirettamente a far sapere a Filottete il destino futuro che lo riguarda. La falsa notizia lo rende ancora più ansioso di partire. Neottolemo finge qualche resistenza, prima di cedere. Filottete gli chiede il tempo per prendere con sé alcune cose, tra cui l’arco. E qui si vede quale fiducia egli abbia ora nel figlio di Achille (654-659): Neottolemo È l’arco famoso, quello che hai con te? Filottete Questo che tengo in mano, e nessun altro. Neottolemo Posso vederlo anche da vicino, impugnarlo e adorarlo come un dio? Filottete A te, figlio, sarà concesso questo e quanto altro ti piaccia, di ciò che è mio. A questo punto però accade l’imprevisto. Improvvisamente Filottete è colpito da un attacco del suo male. Sulle prime cerca di mascherarlo ma nulla può contro la sua violenza devastante e teme che, inorridito, anche Neottolemo possa abbandonarlo. Ma questi è davvero impressionato dalla sofferenza dell’altro e gli chiede se vuole il suo aiuto, se vuole che lo sorregga. A sua volta Filottete è così commosso da tali parole che con la sua risposta affida a Neottolemo sé e l’altro se stesso, il suo arco: “No, questo no; ma prendi quest’arco, come mi chiedevi poco fa, finché si plachi quest’accesso del male che ora mi affligge, veglia su di esso e custodiscilo: mi coglie il sonno, non appena il male se ne va, e non v’è modo che cessi prima. Bisogna dunque lasciarmi dormire tranquillo” (762-769). La consegna dell’arco è accompagnata da queste significative parole: “Ecco, prendilo, figlio mio, e supplica l’Invidia che esso non sia per te fonte di molti affanni come lo fu per me e per colui che prima di me lo possedette” (776-778).
Entro in scena Odisseo Neottolemo giura di non abbandonarlo. Filottete cade nel sonno. Al risveglio, è raggiante di felicità nel vedere che l’amico non l’ha tradito ma è rimasto lì ad attenderlo. Così si avvia fiducioso insieme a lui. Ma a questo punto Neottolemo non sa più cosa fare, il peso dell’inganno è diventato insostenibile: rivela a Filottete che la loro vera destinazione è Troia, che insieme la distruggeranno. Le sue parole hanno un effetto devastante. Filottete capisce di essere stato turpemente ingannato e chiede a Neottolemo di restituirgli subito l’arco: “M’hai strappata la vita, sottraendomi l’arco” (931). Il che è vero in senso sia simbolico che reale: senza l’arco Filottete non potrà più sopravvivere nella sua solitaria vita nella caverna. E tutto ciò per mano di un uomo che non sembrava conoscere il male! Tuttavia egli è troppo provato ed esperto per non capire che Neottolemo non è malvagio ma è stato istruito da malvagi. Così evocato, entra in scena Odisseo: ecco chi ha ordito l’inganno e privato delle armi Filottete, a cui non resta che rivolgersi ancora una volta a Neottolemo: “Ridammi, restituiscimi l’arco, figlio mio!” (981). Odisseo s’interpone violentemente. L’arco non può essere restituito, il fato impone il viaggio di ritorno a Troia, che l’eroe Filottete è chiamato a distruggere. Dunque il mio destino è di non essere mai un uomo libero, replica Filottete, e minaccia di sfracellarsi buttandosi giù dalle rocce. La straordinaria abilità “dialettica” di Odisseo dà qui una prova suprema di sé: liberate pure quest’uomo, dice ai marinai, ora abbiamo il suo arco e non abbiamo bisogno di lui; altri o io stesso saprà usarlo. Filottete rimane sgomento: Odisseo che potrà fregiarsi tra i Greci delle sue armi! Giunge al punto di rivolgere una preghiera al suo stesso arco: “O arco, fidato amico, / dalle mie mani sottratto a forza, / se pur possiedi un’anima, / forse provi pietà al vedere / che il misero erede di Eracle / non si servirà più di te in avvenire: / in cambio, da un estraneo, / da un uomo di molti inganni, / tu sarai maneggiato” (1128-1135).
Troia cadrà ancora per mano dello stesso arco Mentre Filottete medita ancora la sua morte sanguinosa, Neottolemo decide di ritornare. Ad essere sgomento ora è Odisseo: Neottolemo vuole “riscattare l’indegna colpa commessa” (1248-1249), restituendo a Filottete il suo arco. Comprensibilmente da principio questi non vuole credere alle sue parole ma il gesto della restituzione lo “scioglie”. Odisseo interviene e ora Filottete scaglierebbe una freccia contro di lui se Neottolemo non lo impedisse. Ma il suo gesto ha comunque ottenuto l’impossibile. Ora anche Filottete sa che insieme a Neottolemo potrebbe tornare a compiere l’impresa di far cadere Troia. Ma lo trattiene il terrore che gli ispira il passato gesto degli Atridi. Neppure la rivelazione che egli sarebbe guarito dal dio Asclepio in persona riesce a persuaderlo. La sua volontà è ritornare a casa. Neottolemo acconsente. Occorre l’intervento di un passato più potente, quello che lega Filottete al più grande degli eroi. Compare ora Eracle in persona che conferma a Filottete tutte le parole di Neottolemo. Già distrutta a suo tempo da Eracle per punire Laomedonte, Troia cadrà così per la seconda volta. Sempre per mano dello stesso arco, nel cui nome ora però si è saldata la meravigliosa amicizia tra Filottete e Neottolemo, sigillata dalla giustizia.
Barnaba Maj
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