Arco n.1
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Conoscere il Lovasijasz
L’arte del tiro a cavallo, che nella sua patria d’origine, l’Ungheria, viene coltivata con passione, è governata da una serie di regole severe che prevedono dieci chilometri di corsa a piedi, due ore di trotto e galoppo “a pelo” e il lancio di 500 frecce senza soluzione di continuità.
Nell’immaginario popolare, l’idea dell’arciere si lega spesso, se non sempre, alla leggenda di Robin Hood e ad un contesto geografico, quello europeo (ma principalmente inglese), nel quale la potenza fisica dell’arciere è l’aspetto che sembra prendere il sopravvento. Le narrazioni concernenti la Guerra dei Cento Anni e i ritrovamenti della Mary Rose hanno certamente contribuito ad alimentare tale concezione, ma è indubbio che un ruolo fondamentale è stato giocato sia dalla predilezione che la nostra società rivela in molti campi per gli aspetti quantitativi e più eclatanti, sia dalla generale disattenzione nei confronti delle culture diverse dalla nostra.
La tradizione ungherese Risulta così quasi del tutto ignota ai più la tradizione arcieristica ungherese, basata principalmente sul tiro da cavallo nel quale fluidità del tiro, disinvoltura nei movimenti e ordine interiore sono i requisiti chiave per la corretta esecuzione di un gesto che è un’espressione di cultura più che l’esemplificazione di una perizia manuale. Nella tecnica di tiro centro-asiatica (quella praticata in Ungheria appunto) gli archi usati non richiedono libbraggi molto elevati e ciò per due ragioni principali. Innanzitutto la corda tirata fino alla clavicola, con allunghi di 33-34 pollici, segue la freccia molto più a lungo determinandone un’elevata velocità di uscita. Inoltre le leve rigide (originariamente in legno o in osso) montate alle estremità di entrambi i flettenti hanno il duplice effetto di attenuare lo sforzo del tiratore e di garantire una trazione più fluida e costante. L’aspetto più sorprendente di tale azione di tiro è la totale assenza di ciò che può essere definita un’azione di mira: sono invece, si potrebbe dire, la coscienza del tiratore, il suo cervello o piuttosto tutto il suo essere a “catturare” il bersaglio e a far sì che il lancio della freccia sia un’ovvia conseguenza di uno stato d’animo più che di un atto di volontà inteso a centrare il bersaglio.
Un complesso sistema di norme È il lovasijasz, l’arte del tiro a cavallo, che in Ungheria viene coltivata con grande passione e amore per la tradizione. Un complesso sistema di norme regola l’accesso al circuito delle gare del lovasijasz e il passaggio attraverso i diversi gradi di maestria nell’arte arcieristica. La durezza della prova di ammissione è di per sé una chiara esemplificazione dell’attenzione con cui la tradizione viene difesa. Agli aspiranti viene imposta una prestazione consistente in due ore di trotto e galoppo “a pelo” (termine tecnico per definire il montare a cavallo senza sella), dieci km di corsa a piedi e scagliare 500 frecce senza soluzione di continuità. Chi supera questa selezione accede alla categoria principianti, nella quale ancora non si ha diritto a fregiarsi dei simboli del lovasijasz, vale a dire la fibbia che richiama la tradizione unna. Il principiante può tuttavia prendere parte, fuori classifica, alle gare di campionato che si svolgono due volte l’anno e che consentono i passaggi di categoria. Non si tratta però, come si potrebbe credere, di un circuito gare paragonabile a quelli italiani od europei. Lo spirito che anima le competizioni è infatti del tutto differente: ciò che accade assomiglia a un rito più che ad un evento sportivo.
Ci si ritrova nella yurta Un rito che si celebra dal venerdì sera, quando tutti i lovasijasz, rigorosamente in costume centroasiatico, si ritrovano nella yurta, la grande tenda nella quale uomini (a destra) e donne (a sinistra) consumano l’abbondante pasto comune, una zuppa di carne e verza che le donne, attingendo da un’unica pentola, versano in ciotole di terracotta e distribuiscono ai presenti. Gesti antichi, che si tramandano da secoli, come pure le melodie intrise di passato che si liberano dagli antichi strumenti dei suonatori per essere danzate dalle donne. Così, in questa splendida atmosfera satura di memoria storica, anche i momenti più prosaici, quelli legati alle esigenze organizzative, assumono un loro significato rituale: l’assegnazione dei cavalli ai concorrenti, la distribuzione degli incarichi per il giorno seguente (dipingere, riassettare la pista, ecc.). La notte scende presto sul cerimoniale, la sveglia alla sei chiamerà presto tutti all’espletamento degli incarichi conferiti la sera prima. Alle nove hanno inizio le gare su tutti i campi dell’Ungheria. Le prove si svolgono a cavallo: ogni tiratore è munito di un arco unno o mongolo a leve rigide con potenze comprese tra le 30 e le 36 libbre ad allunghi di 30-34 pollici, necessari ad ottenere quella elevata velocità di uscita senza la quale risulterebbe di fatto impossibile colpire i bersagli.
Ci si muove al galoppo su un percorso di 90 metri Durante la gara ci si muove infatti al galoppo lungo un percorso di 90 metri nel quale si entra dopo una rincorsa di 30 metri. Si tira a tre bersagli (anelli concentrici larghi 30 centimetri) da tre distinti settori di 30 metri ciascuno: bersaglio frontale dal primo settore, laterale dal settore centrale e infine bersaglio posteriore dal terzo settore. I punteggi vengono assegnati sia in ragione dell’anello centrato, sia in ragione del tempo impiegato a coprire il percorso. Bersagli. Nei tre bersagli gli anelli hanno valori diversi a seconda del grado di difficoltà: 2-3-4 per il bersaglio frontale; 1-2-3 per quello laterale e 3-4-5 per quello posteriore. Le distanze di tiro variano dagli 8 (bersaglio laterale) ai 45 metri. Tempi. Nel momento in cui il cavallo entra nel percorso (delimitato da pali in legno), una cellula fotoelettrica, unica inevitabile concessione alla tecnologia, fa scattare un cronometro che regredisce da un tempo massimo di 16 secondi, uguale per tutti. Se il tiratore impiega più di 16 secondi a coprire il percorso, il passaggio viene considerato nullo. In caso contrario, il numero di secondi risparmiati va ad aggiungersi alla somma dei punteggi ottenuti con i tiri. Poiché non viene posto alcun limite teorico al numero di frecce da scagliare, risulta ovvio che tanto maggiore sarà l’abilità del tiratore in termini di precisione e velocità, tanto più elevato sarà il punteggio ottenuto alla fine dei nove passaggi previsti.
Una tecnica dalle non comuni difficoltà È più che evidente che tutta la gara è concepita nel ricordo e nello stesso tempo nel recupero della straordinaria abilità di cui erano in possesso gli arcieri montati asiatici, arcieri che erano in grado di tirare in velocità e con potenza ad un bersaglio posto su un qualunque angolo di 180 gradi sul lato di tiro. Vale la pena di sottolineare le non comuni difficoltà che una simile tecnica di tiro comportava: trovare la necessaria sincronia con il cavallo (si può tirare efficacemente solo quando il cavallo stacca e cioè quando ha le quattro zampe sollevate dal terreno); colpire un bersaglio in movimento ad una velocità media di 40-45 km/h; tirare da posizioni e distanze diverse e che per di più cambiano con velocità proporzionale a quella del cavallo. Il diverso grado di perizia tecnica e le doti naturali di ciascun tiratore, unitamente come è ovvio alla capacità di interiorizzare il gesto distaccandosi da tutto ciò che si trova all’intorno, si riflettono nelle varie categorie previste nel sistema ungherese. Esistono tre categorie allievi e tre categorie maestri. Le modalità di accesso alle diverse categorie rendono conto della durezza dei sistemi di selezione. Un esempio concreto: se un principiante durante una gara di campionato supera i 30 punti, può chiedere di sostenere l’esame per accedere alla prima categoria allievi; il passaggio avviene solo se il tiratore supera nuovamente i 30 punti. In maniera del tutto analoga si entra nelle categorie superiori: II allievi (60-90 punti); III allievi (90-120); I maestri (120-150); II maestri (150-180) e III maestri (oltre 180).
Celestino Poletti
_: Foto_1_2_3) Nelle foto: Celestino Poletti mentre partecipa ad un torneo di tiro con l’arco da cavallo in Ungheria. L’atleta trentino è l’unico italiano che prende parte stabilmente a questo tipo di manifestazioni sportive.
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