Arco n.1
2001
 


Arco n.1
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Arco n.1
Alessio Cenni: L'arco di Fiavé-Carera
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Conoscere il lovasijasz


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Barnaba Maj: La caduta di Troia e l’arco di Filottete


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Stefano Benini: Agli albori di uno sport moderno - II parte


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Arco n.4 
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Silvano Borrelli: Gli archi dei faraoni
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Alessio Cenni: Gli archi di tasso nel medioevo


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Stefano Benini: L'arco di Holmegaard

  

L’arco di Fiave-Carera

DI ALESSIO CENNI

La ricostruzione di un modello dell’età del Bronzo suggerisce le raffinate conoscenze

e l’abilità necessarie alla sopravvivenza dei nostri antenati preistorici in una località del Trentino.

 

Un piccolo lago sul fondo di una vallata stretta tra alte montagne. Pendici ammantate da una foresta fitta e maestosa che scende fino a lambire l’immobile specchio d’acqua. In un tratto dove la riva è più aperta e piana, il lago si tramuta in un acquitrino invaso dalle canne palustri. Qui un’area di terreno fangoso poco accessibile è stata consolidata conficcando pali e stendendo tronchi incrociati tra loro fino a creare una base abitabile asciutta su cui sono state alzate delle capanne di legno dal tetto spiovente coperto di canne e di paglia. Così doveva apparire circa 3500 anni fa l’abitato lacustre di Fiave-Carera nel Trentino. I suoi abitanti vivevano di agricoltura, allevamento del bestiame e caccia in un territorio che era ancora selvaggio ed incontaminato. Gli scavi archeologici del 1976 portarono alla luce tra i vari reperti di legno, conservatisi grazie alla costante umidità del terreno, un arco quasi completo lungo in origine circa un metro e mezzo, che presentava flettenti diritti ed impugnatura ben sagomata. I dati essenziali per la ricostruzione di questo antico strumento sono stati tratti da un articolo di Franco Di Donato apparso sul “Journal of the Society of Archer-Antiquaries” (volume 38, 1995, pp. 41-42). L’arco rinvenuto negli scavi dell’abitato di Fiave-Carera risultò essere fabbricato in legno di corniolo (Cornus mascula), un arbusto o piccolo albero abbastanza comune in collina e media montagna, sebbene nelle valli intorno a Fiave dovesse essere diffuso anche allora il tasso, albero ben noto ai cultori di arcieria storica. Il legno di corniolo è bianco, molto duro e pesante, con fibratura incrociata e ritorta che ne rende difficile la lavorazione.

 

È stato un arbusto di corniolo migliaia di anni fa
a fornire il legno per l’arco di un nostro antenato.

 

È elastico, resistentissimo alla compressione e relativamente flessibile. Il suo limite principale sta nelle piccole dimensioni della pianta. Per sfruttare bene il poco legno fornito da un ramo di corniolo, è fondamentale che il dorso dell’arco corrisponda alla superficie immediatamente sotto la corteccia. Questo metodo garantisce anche di mantenere sul dorso stesso (la parte più delicata dell’arco) il massimo della continuità. Quando si deve utilizzare un ramo di piccolo diametro, tale accorgimento comporta inevitabilmente una forte convessità del dorso dell’arco e lo sforzo di tensione invece di distribuirsi tende a concentrarsi sulla parte mediana in rilievo, lungo il flettente. Disponendo di un legno molto resistente alla compressione, un sistema pratico per impedire che l’arco si spezzi consiste nel sagomare il ventre dell’arco (cioè il lato interno) in modo che risulti più convesso del dorso.

La sezione del flettente prende quindi la forma di una lettera D o di un’ellissi più panciuta sul lato interno, proprio come appare sul reperto originale. Vi è così una migliore distribuzione dello sforzo più sul dorso (lato di tensione) che sul ventre (lato di compressione).

Questa attenzione al margine di sicurezza dei flettenti è tanto più importante se si considera che l’arco di Fiave è relativamente corto (150 centimetri o poco di più) e ha un’impugnatura rigida, incavata su entrambi i lati. Ovviamente, l’ignoto arciere del popolo di Fiave non teorizzava in tali termini la questione mentre sagomava con accetta di bronzo e schegge di selce il suo ben selezionato ramo di corniolo. Ma aveva ben chiaro in mente un progetto preciso, dettato dalla sua esperienza personale. Fatto sta che riuscì a fabbricare un arco eccellente con un modesto impegno in termini di lavoro e materiali. L’arco che appare nelle fotografie è stato ricostruito con una tecnica ipotizzabile per l’originale. È da notare che le estremità non presentano nocchie intagliate. La corda vi era annodata, oppure faceva presa su leggeri avvolgimenti di pelle come avviene oggi su molti archi africani.

 

Un ramo di corniolo quasi privo di nodi viene sgrossato

ùe scortecciato, lasciando intatto il lato del dorso.

 

La lavorazione con una piccola accetta in bronzo
è avvenuta sul legno ancora fresco

e ha richiesto circa tre ore.

 

La curvatura naturale del ramo è stata sfruttata
per dare all’arco un profilo riflesso.
Ciò è suggerito dal fatto che il reperto originale di Fiave non segue la corda.

 

La stecca per l’arco viene ingrassata e legata ad un sostegno
per impedire che il legno si danneggi o si incurvi durante l’essiccazione,

che richiederà circa due mesi.

 

 

Teso con una corda di lino, l’arco riemerso dall’età del Bronzo
sembra volerci narrare le avventure segrete del suo proprietario.

 

 

La finitura ed il bilanciamento dell’arco
sono effettuati con schegge di selce usate come rasiera.

 

Un metodo di indagine

L’operazione potrebbe essere presentata come un’attività di archeologia sperimentale, ma per essere definita tale deve obbligatoriamente portare a dei dati verificabili. L’archeologia sperimentale, pur non essendo una scienza esatta, è un metodo di indagine basato sulla verifica obiettiva di una teoria attraverso l’esperimento.

Alla fine devono risultare dei dati confrontabili con quelli di esperimenti successivi o paralleli, in modo che vi possa essere la possibilità di valutare criticamente l’esperimento sia nelle procedure che nel risultato. Trattandosi di un’arma da tiro, la replica dell’arco di Fiave è stata sottoposta a test di prestazione per mezzo di moderni strumenti di misurazione.

Ad una trazione che, in rapporto alla lunghezza dei flettenti, è stata ipotizzata di 26 pollici (cioè 66,4 centimetri circa) l’arco ha dato una forza di 48 libbre. Una freccia del peso di 550 grani è stata scoccata attraverso una cellula fotoelettrica a 161 piedi al secondo. Queste prestazioni non sono da prendere come assolute per l’arco originale, che avrebbe potuto essere di libbraggio leggermente più basso o più alto rispetto alla replica realizzata, in relazione alla maggiore o minore densità del legno dovuta alle condizioni di crescita o anche a variazioni minime negli spessori dei flettenti.

Ci danno però un’idea della notevole efficacia di un arco ottenuto con tecnologie pur così semplici e abissalmente lontane da quelle della nostra età post-industriale. La scelta di utilizzare nella realizzazione dell’arco attrezzi primitivi, è di per sé un’esperienza interessante e un piccolo viaggio attraverso il tempo.

 

Alessio Cenni

 

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