Agli
albori di uno sport moderno
DI STEFANO BENINI
Alcune osservazioni sui primi
archi in legno per uso sportivo e sulla loro costruzione.
Il tiro con l’arco nella sua
dimensione sportiva e ludica nacque, potremmo presumere,
quando il primo uomo scoccò una freccia per il puro piacere
di farlo, senza quindi un preciso “scopo” utilitaristico, di
caccia o di guerra che fosse. Vi sono accenni del “tiro al
bersaglio” con l’arco nella stessa Bibbia, sarebbe quindi
riduttivo affermare che il nostro sport nasce
nell’Inghilterra vittoriana per poi trapiantarsi ed
espandersi dagli Stati Uniti al resto del mondo. Tuttavia,
da un punto di vista meramente federativo e formale, le cose
sono andate proprio così, se non dal punto di vista
strettamente olimpico della Fita, almeno sul piano del tiro
di campagna di ispirazione venatoria, che ebbe nei fratelli
Thompson prima e in Fred Bear e Hill dopo, i principali
promotori.
Non esistono
testimonianze scritte
Chi per primo in America entrò
in possesso di un arco “sportivo” in legno di tasso, non ci
è dato saperlo. Alcuni dei primi membri della compagnia
United Bowmen di Filadelfia andarono a visitare
l’Inghilterra ed è probabile che alcuni di loro siano
tornati a casa con un arco inglese tra le mani, anche se non
esistono testimonianze scritte a tale proposito negli annali
del club. Tuttavia, per quanto strano possa sembrare, gli
archi in tasso erano diventati una vera rarità persino in
Inghilterra durante tutto il secondo quarto dell’ottocento:
l’improvvisa esplosione di popolarità che lo sport conobbe
nel 1825 deve aver provocato un vero saccheggio delle scorte
del prezioso e raro legno, tale da richiedere il largo
impiego di legni sostitutivi fino ai giorni del leggendario
campione di tiro alla targa Horace Ford, autore tra l’altro
del primo trattato sul tiro con l’arco moderno, intitolato
“Archery, Its Theory and Practice” (1856). Correva l’anno
1829 quando il primo arco inglese “cadde” in mano agli
United Bowmen di Filadelfia: si trattava di un longbow in
lemonwood rinforzato sul dorso, opera del blasonato arcaio
Waring. Nessun arciere di quella veneranda compagnia
d’oltreoceano ebbe mai un arco in tasso fino a poco tempo
prima della Guerra Civile tra Nord e Sud. Un certo Maxon,
che scriveva sulla rivista arcieristica “Badminton” nel
1894, fu il primo dell’ambiente a citare il Taxus brevifolia
(tasso americano) commentando la situazione costruttiva del
tempo con queste parole: “La mancanza di esperti costruttori
di archi ha fatto sì che fosse sinora meno rischioso
procurarsi un arco inglese in tasso o in lancewood (Oxandra
lanceolata) di buona qualità piuttosto che orientarsi su un
attrezzo in legno nostrano e di costruzione americana. Il
tasso della California consente di ottenere un’eccellente
stecca da arco, ma esso finora è stato assai poco usato in
quanto gli arcieri, che preferiscono il legno di tasso,
generalmente prediligono le qualità di più densa crescita
provenienti dall’Europa. Alcuni archi di eccellente fattura
vennero costruiti con tasso americano a San Francisco e New
York all’incirca tra il 1880 e il 1882 e, quando vengono
rinforzati sul dorso con uno strato di Hickory, questi
attrezzi non hanno nulla da invidiare a quelli in tasso
spagnolo di assai maggior pregio e costo”.
Il più costoso: un
longbow in lamine di bambù
Tuttavia, nei cataloghi dei
dettaglianti di materiale arcieristico di New York e
Brooklyn di quegli anni, non troviamo nemmeno l’ombra di un
accenno al tasso. In quel periodo l’arco più costoso ed
apprezzato era un longbow in lamine di bambù incollate e
congiunte al centro, che veniva venduto a “ben” venti
dollari, mentre un “arco da uomo lungo sei piedi di prima
qualità, in lancewood massello con puntali in corno o
alluminio, completo di impugnatura rivestita e corda
intrecciata” veniva quattro dollari e cinquanta. Altri archi
da club, di simili caratteristiche ma di evidente
superiorità qualitativa, venivano venduti a sette dollari,
mentre un altro tipo di arco in lancewood rinforzato con
hickory sul dorso e legature in seta per rinforzo ed
estetica, veniva nove dollari. Il secondo in classifica,
dopo il pregiato arco in bambù, era un longbow di snakewood
massello (Piratinea guianasis), un legno originario della
Guiana, che veniva venduto a quindici dollari. Il listino di
un altro grosso commerciante del settore, Horsman’s, era più
o meno uguale, ma la sua gamma di archi rinforzati sul dorso
è più interessante per via dell’ampia varietà dei legni
menzionati. Gli archi erano tutti rinforzati in lancewood,
ma i bellies (le facce interne) includevano: hickory,
amaranto, beefwood (Minusops globosa), rosewood e altri
legni esotici come il pheasant. I prezzi andavano dai cinque
ai nove dollari. Questo è anche il solo esempio a me noto
nel quale la pratica usuale venne invertita e l’hickory
usato sulla parte interna soggetta a compressione invece che
su quella esterna per resistere alla trazione.

La signora Roosvelt con il Dr.
Elmer nel 1937 a Hyde Park.
Robert P. Elmer negli
anni ’30-‘40
Robert P. Elmer, campione
indiscusso di tiro alla targa tra gli anni ’30 e ’40, ci
riferisce di aver visto un sacco di quei vecchi archi
risalenti agli inizi del 1880 e di averne anche usati
alcuni. “Si doveva essere assai prudenti - spiega Elmer -
poiché la colla di quei tempi cedeva all’improvviso a causa
del clima eccessivamente secco. Erano attrezzi mediocri
rispetto agli standard “moderni” (scriveva Elmer nel 1946) -
ma erano magnificamente rifiniti ed eleganti esteticamente,
poiché quei legni duri consentivano la costruzione di archi
veramente sottili e snelli. I Belgi ancora usano archi di
questo tipo”. Nessun legno può essere usato se non è passato
attraverso il processo di stagionatura. La quantità di acqua
normalmente presente nel legno fresco è enorme, ma la
proporzione è maggiore in alcuni tipi di legno piuttosto che
in altri. Anche un legno durissimo come il teak, che cresce
per natura a fibra fitta e solo su pendii di montagne
asciutte e con perfetto drenaggio, è troppo pesante per
galleggiare quando è appena tagliato, il che implica un peso
specifico superiore alle 63 libbre (28,5 kg) per piede
cubico. Quando viene seccato abbastanza per essere messo in
commercio pesa intorno ai 18 kg al piede; ciò sta ad
indicare la perdita di ben un terzo della massa iniziale.
Quindi la riduzione del contenuto acquoso del legno è
“volgarmente” nota come stagionatura, ma questo importante
processo non può essere spiegato in termini così elementari
e semplicistici. È abbastanza vero che, durante la
stagionatura, l’acqua in eccesso contenuta nei vasi fibrosi
del legno evapora, tuttavia è anche vero che durante questo
importante e lento fenomeno avvengono numerosi e complessi
mutamenti sia chimici che istologici, che risultano evidenti
solamente dagli effetti che essi producono ma che possono
essere seguiti in dettaglio soltanto attraverso la
perseverante ricerca di personale scientifico qualificato.
Quando il legno esprime
la massima forza
La Treccani o la Britannica
dicono che: “La rigidità del legno aumenta con
l’evaporazione dell’acqua solo fino a raggiungere il 3 o 4
percento di umidità residua nel legno stesso e in questo
stato il legno può esprimere la massima forza ma non al di
sotto di questa percentuale. Tuttavia, nella pratica comune,
legno così secco non si trova mai: il legname, anche in
condizioni climatiche calde e ventilate, continua a
contenere almeno un 10 percento di umidità residua”. Un tale
stato di “disidratazione” può essere velocemente ottenuto
procedendo all’evaporazione del legno verde in appositi
forni, ma l’effetto, come andremo ad analizzare, diventa
disastrosamente debilitante per la struttura lignea.
Purtroppo la logica moderna di lavoro è più vicina
all’avidità che non alla saggezza: deve tradurre in termini
monetari ogni attimo di tempo che passa, così che tutto il
legname da opera reperibile oggigiorno è già stato
inevitabilmente trattato in quel modo indegno, salvo poche,
rarissime eccezioni relative a poetiche e pittoresche
segherie di montagna, ormai in via di estinzione. Chiunque
abbia eseguito anche soltanto qualche casereccio lavoro di
carpenteria può aver notato la differenza di consistenza tra
una tavola in legno moderna e una dello stesso legno
stagionata in modo naturale qualche generazione addietro.
Questa asserzione può essere scioccante per coloro che
oggigiorno hanno intenzione di costruire “romantici” archi
in legno, poiché implica il fatto che ogni nostalgico arcaio
desideroso di far rivivere i magici attrezzi del passato
dovrebbe anche tagliare e stagionare per conto proprio il
prezioso materiale, con conseguente maggior “perdita” di
tempo, mettendosi quindi in netto contrasto con la logica
moderna.

Vecchi maestri de_l
tiro con l’arco.
Il processo di
essiccazione
La struttura cellulare del
legno è analoga per molti aspetti a quella della carne:
proprio come della carne fresca e succulenta può essere
modificata dal processo di essiccazione fino a diventare
dura, rigida e resistente, quindi il legno diviene anch’esso
duro e forte a seguito di un simile processo naturale.
Tale processo, come abbiamo
già accennato, non è il risultato di una semplice
disidratazione. Le cellulose, le resine, i protéidi, gli
albuminoidi, gli zuccheri, gli amidi, gli oli, i protoplasmi
e le altre sostanze presenti nel legno sviluppano complicati
e poco noti cambiamenti sia chimici che fisici al loro
interno ed è qui che la moderna stagionatura artificiale
fallisce il suo obiettivo: potrà anche drasticamente ridurre
il contenuto acquoso in poco tempo, ma non potrà mai
consentire alle altre complesse e delicate alterazioni di
accadere. Il tempo prescritto per legge dal governo
britannico per la stagionatura del legname in tempo di pace
variava, alcuni decenni or sono, dai tre mesi per le essenze
tenere sbozzate in travi quadrate dai quattro ai sei pollici
di lato, fino ai ventisei mesi per i legni duri in travi di
sezione dai due piedi in su.
Mentre questi tempi potevano
essere sufficienti per le necessità degli architetti, sono
tuttavia inadeguati per quelle di un buon arcaio. Il legno
di tasso, in Inghilterra, veniva stagionato nelle botteghe
dei costruttori d’archi per circa cinque anni; a noi tutto
ciò può apparire eccessivamente “conservatore”, soprattutto
in considerazione del fatto che il costruttore inglese parte
da una stecca di legno che non è molto dissimile da un arco
sovradimensionato, eliminando poi le eccedenze un po’ per
volta ogni anno. Tuttavia, nel nostro clima continentale
più asciutto, tre anni di stagionatura sono più che
sufficienti.
Naturalmente sono stati
costruiti molti archi con legni stagionati al di sotto dei
tre anni e hanno funzionato ugualmente, ma sarebbero stati
migliori e più duraturi se il loro legno fosse stato
stagionato più a lungo.
Alburno e durame
La fondamentale differenza tra
l’alburno e il durame del legno è la stessa differenza che
esiste tra la vita e la morte, infatti il durame (interno
del tronco) non è nient’altro che alburno morto. Le cellule
dell’alburno sono ancora piene di protoplasma vivente,
mentre nelle cellule del durame il protoplasma è morto ed è
stato rimpiazzato da tannino e resine. L’alburno contiene
anche le fibre cave e i condotti attraverso i quali passa la
linfa. Sono proprio gli zuccheri e gli amidi presenti in
questa parte esterna del tronco a richiamare gli insetti e i
batteri in cerca di cibo, ecco perché il durame del legno è
più durevole ed immune da tali rischi se esposto agli agenti
esterni: pochi esseri viventi vogliono mangiarselo. Quanto
riportato dal dr. P. Elmer nel 1946 nel suo magistrale libro
“Target Archery” contrasta, quindi, per quanto riguarda
l’analisi sull’idoneità dei legnami, con quanto pubblicato
più di recente da Ron Hardcastle nella peraltro
pregevolissima opera “Traditional Bowyer Bible”, volume 1
(1992).
Nella parte dedicata al taglio
e alla stagionatura del legno per archi, Ron affronta la
spinosa questione della stagionatura industriale a forno ed
argomenta che, dopo tutto, anche il legname trattato in quel
modo, dopo essere stato “lasciato in pace” per qualche mese,
può riacquistare le sue caratteristiche a causa del naturale
processo di reidratazione dovuto allo scambio igrometrico
con l’umidità ambientale ed essere quindi usato dall’arcaio
con la massima fiducia.
Quelli stagionati
artificialmente...
Ron quindi ne fa unicamente un
problema di eccessiva essiccazione delle fibre, dimostrando
a mio avviso soverchia ingenuità e superficialità: come
potrebbe infatti del legname chimicamente debilitato
riacquistare una resilienza e robustezza che non gli abbiamo
mai consentito di acquisire sin dall’inizio? Quei delicati
processi fisici e chimici che si verificano soltanto in
condizioni naturali ad opera del tempo, non sono potuti
avvenire nel legno “seccato” in forno, non importa quanto lo
lasciamo riposare o reidratare all’esterno. Certo, si
possono costruire archi anche con legno industriale
stagionato artificialmente, ma non saranno nemmeno che un
pallido simulacro dei loro predecessori in legno fatto
stagionare in cataste o nelle botteghe.
Stefano Benini