Arco n.6
|
Himalaya... alle origini dell’uomoDI MARCO VISMARA A ritroso nel tempo, in un lembo di terra montagnosa e desertica dove una figura leggendaria di eroe edificò un villaggio, tuttora esistente, nel punto esatto in cui andò a conficcarsi la sua freccia. Sulle tracce di una cultura millenaria, quella del popolo dardo, profondamente radicata con l’arcieria, vissuta come un mezzo per allontanare le forze del male.
Si può certamente affermare che nei tempi ancestrali, quelli cioè che hanno portato all’evoluzione dell’uomo moderno, il Ladakh, un lembo di terra montagnosa e desertica situato all’estremo nord dell’India, fosse esclusivamente abitato dal popolo dei Dardi. Diretti discendenti degli Ariani, originari del centro Asia, e tuttora avvolti da un alone di mistero, con la loro esistenza i Dardi hanno segnato in modo indelebile la storia evolutiva della vita che iniziava il suo corso lungo la valle del fiume Indo e presso gli altopiani di oltre 3000 metri di altezza lambiti dalle sue acque.
Foto_1) Una veduta dell’antico
monastero buddhista di Lamayuru.
Le incisioni rupestri, pagine di storia sulla roccia Insieme alla vita degli uomini si evolveva il loro modo di adattarsi alle esigenze e alla natura ostile dell’Himalaya. Si evolveva la cultura e con essa l’arte e le tradizioni. In un contesto del genere, dove il susseguirsi degli eventi portava ogni giorno a nuove difficoltà, anche i mezzi di sostentamento dovevano seguire una loro particolare evoluzione, passando dal procacciamento del cibo tramite la caccia allo sviluppo dell’agricoltura. Ma durante l’alba dell’uomo, e soprattutto l’alba della vita che si svolgeva all’interno delle sue comunità, non tutto è andato perduto con il trascorrere dei secoli. Una testimonianza visibile sono le incisioni rupestri che gli artisti del tempo ci hanno lasciato in eredità, per essere osservate, studiate e conservate come libri aperti che riportano la storia di questa umanità. Alcune di loro rappresentano uomini che impugnano un arco e colpiscono uno stambecco e se la cultura dell’arco è tuttora viva in Ladakh, di certo lo si deve a chi per necessità l’ha praticata. Lo attestano senza ombra di dubbio le rocce incise, le più antiche risalgono ad oltre 3000 anni fa. Dalle tribù darde agli attuali abitanti del Ladakh (che affondano le loro radici negli altopiani del Tibet), il tramandarsi dell’arte arcieristica in taluni casi ha letteralmente modificato o impresso nuovi costumi e credenze culturali, talvolta religiose, nella quotidianità della gente. Oggi sicuramente la caccia non è più il fine per cui gli arcieri scoccano le loro frecce. Di quell’arte comunque antica come le stesse origini degli uomini che l’hanno affinata, rimangono ora gli usi legati ad occasioni e ricorrenze speciali. È il caso del Losan, la celebrazione dell’anno nuovo riferita al calendario tibetano. Festeggiamenti questi che hanno inizio alcuni giorni prima della scadenza vera e propria e si protraggono anche dopo, per circa una settimana.
Foto_2) Tre arcieri mostrano i loro rispettivi archi. Quelli cosiddetti moderni, come del tipo nell’immagine, vengono costruiti utilizzando esclusivamente listelli di bambù provenienti dal Tibet.
La celebrazione dell’anno nuovo Cerimonie religiose, nonché danze e banchetti caratterizzano la celebrazione, ma un rituale ben preciso si distingue tra tutti e viene consumato la terza notte che segue il passaggio vero e proprio tra un anno e l’altro. Con le prime tenebre, ogni capofamiglia scaglia in cielo una freccia infuocata perché è con essa che, simbolicamente, si cerca di allontanare dal focolare domestico gli eventi negativi accaduti durante l’anno appena trascorso. Nello stesso tempo, un urlo dell’arciere e di chi gli sta vicino accompagna la freccia infuocata che rapidamente si spegne nell’oscurità della notte, mentre speranze di buoni auspici si accendono tra chi ha impugnato l’arco compiendo il gesto. Dunque, è con il tiro di una freccia indirizzata al cielo, e più precisamente verso il primo spicchio visibile di luna crescente, che ha inizio a tutti gli effetti l’anno nuovo. Un modo di esorcizzare il male in favore del bene, dovuto all’influenza della cultura tibetana diffusa durante le ripetute invasioni che, a partire dal X secolo d.C., caratterizzarono l’espansione del regno del Tibet verso ovest, e di conseguenza verso terre come il Ladakh. Sempre legato a propositi di buon auspicio, è da ritenersi l’uso di una freccia nelle cerimonie nuziali. La freccia, confezionata in modo da avere una sciarpa bianca augurale annodata ad una delle sue estremità, e con quella opposta conficcata in un contenitore colmo di chicchi d’orzo, accompagnerà gli sposi per tutta la loro vita. Il significato è molto semplice e profondo al tempo stesso: “come la freccia, una volta scoccata, segue la direzione a lei impressa, così il matrimonio possa seguire la via per cui è stato contratto”.
Foto_3) Incisioni rupestri scoperte presso la valle dell’Indo: le scene di caccia raffigurate, nelle quali l’arciere colpisce uno stambecco, sono da ritenere opera dei Dardi e risalgono a circa 3000 anni fa.
Molteplici espressioni della cultura dell’arco Ma la cultura dell’arco fa la sua comparsa ovunque nella vita dei Ladakhi e i riferimenti, come accennato, sono sia folcloristici che religiosi. Non è solo una gradita occasione per divertirsi in tornei, sfoggiando abiti eleganti e danzando durante le pause di tiro per intrattenere gli ospiti. Opere di pittura e rappresentazioni di arcieri sono costantemente presenti, a testimoniare il valore dato a questo mezzo e ai significati ad esso legati. Sulle pareti esterne delle case appaiono talvolta dipinti, quasi a grandezza naturale, di arcieri che brandiscono un arco. Altre volte, sempre sui muri delle abitazioni, ecco invece raffigurazioni stilizzate di archi e frecce: sono un ammonimento per gli spiriti malvagi che in ogni istante della giornata tentano di impadronirsi del controllo delle persone. Per ciò che riguarda, invece, il buddhismo, e in particolare alcune sue espressioni di culto, nell’antico monastero di Lamayuru, l’uso dell’arco è vincolato alla festa religiosa che a scadenza annuale ne caratterizza la vita. La gente vi affluisce numerosa per assistere ai cham, le danze in costume che i monaci buddhisti inscenano per rievocare i momenti storici che vedevano le forze del bene confrontarsi contro i subdoli attacchi del male. Muovendosi in modo simultaneo e stringendo tra le mani parti di teschi umani, i monaci danzano in cerchio, in linea, a spirale accompagnati dal suono prodotto dai cimbali e dalle lunghe trombe tibetane che i musici suonano in un angolo stabilito della piazza delle danze.
Foto_4) Un uomo mostra le sue frecce propiziatorie. Di tutti gli oggetti applicati a questo specifico tipo di frecce, uno in particolare si distingue, e precisamente un medaglione sul quale è raffigurata la ruota della vita tibetana, che rappresenta le diverse circostanze in cui gli esseri umani si vengono a trovare durante la loro esistenza.
Niavo, personificazione del male Nel lento susseguirsi di coreografie, il secondo dei tre giorni dedicati alla funzione, sopra una specie di lettiga fa la sua comparsa la figura di un uomo, costruita impostando insieme farina d’orzo tostato, burro e acqua. Niavo è il nome con cui viene chiamato e ancora una volta, secondo le convinzioni locali, rappresenterebbe la personificazione del male. Dopo la danza a lui riferita, nella quale i monaci gli si oppongono con armi di diverso tipo, il Niavo, come gesto conclusivo, viene trafitto da una freccia scoccata da breve distanza che finalmente ne decreta la morte. Quella stessa freccia verrà bruciata il giorno dopo in un’ultima processione di monaci e simboli religiosi buddhisti, il cui esito finale sarà la sconfitta emblematica, nonché materiale degli spiriti malefici insiti nei significati della funzione. L’arcieria ricopre dunque un ruolo molto importante nelle tradizioni spirituali delle genti himalayane e certo non è sempre il bene ad usufruire dei favori di tale disciplina. In questo ricco bagaglio di credenze, anche le forze del male talvolta ne fanno uso per tentare di dominare la rettitudine degli esseri umani, e non solo. Ne sono un esempio alcune sculture e raffigurazioni sceniche dove Siddharta Gautama, il Buddha storico che tutti conosciamo, è circondato da forze malvagie che tentano di impadronirsi della sua persona e quindi del suo spirito. Nelle rappresentazioni che lo vedono a confronto con il male, un demone lo sovrasta cercando di sopraffarlo e, a riprova di quanto affermato, impugna un arco. A questo punto, per capire alla perfezione quanto l’arcieria fosse, e soprattutto è, profondamente radicata nella cultura delle genti ladakhe, dobbiamo ritornare ai primi gruppi etnici che hanno abitato le strette gole della valle dell’Indo.
Foto_5) Un monaco buddhista tiene tra le mani una freccia propiziatoria mirata a conferire fortuna e salute a colui che la commissiona. Viene confezionata per mezzo di un particolare rito religioso in cui le vengono applicati alcuni pezzi di stoffa dei cinque colori associati all’universo buddhista (blu, bianco, verde, giallo e rosso), una sciarpa bianca e un medaglione.
Il condottiero Gyl Singhe In un episodio riferito alle tradizioni culturali dei Dardi, si narra delle gesta del più famoso degli eroi, che nell’antichità hanno segnato la vita di quel popolo di gente fiera e combattiva. Gyl Singhe era il suo nome. Un condottiero di grandi doti e capacità che, dopo essersi scontrato con alcune tribù che abitavano la valle dell’Indo nei pressi del confine tra Ladakh e Baltistan, riuscì a strappargli la terra dove vivevano e a stabilirvisi con la sua gente.
Foto_6) Due modelli di punte per frecce da caccia (a sinistra) e due rivolte ai tornei. Le differenze tra le coppie di punte, mettono in evidenza soprattutto le varie epoche di costruzione. Quelle indirizzate all’arte venatoria sono indubbiamente le più antiche. In successione (di “anzianità”) seguono le altre (da sinistra a destra).
Quando venne il momento di decidere dove edificare un vero e proprio insediamento in cui far prosperare le tradizioni del suo popolo, Gyl Singhe si recò su un’altura e, impugnato il suo arco, scagliò una freccia nel vuoto con tutta la forza a lui possibile. Dove cadde la freccia venne costruito un villaggio e tuttora, a distanza di centinaia e centinaia di anni, i discendenti di Gyl Singhe vi abitano in totale armonia con la natura che li circonda. Stabilire il luogo di un nuovo insediamento con il tiro di una freccia era usanza comune in Himalaya e anche per lo sconosciuto popolo dei Dardi ha segnato un momento cruciale della sua esistenza. Oggi come allora quel villaggio è chiamato Dha, ovvero freccia. Dunque il suo nome non smentisce affatto il significato della sua nascita e per questo sembra essere il simbolo di un’arte tanto antica qual è l’arcieria.
Marco Vismara
Immagini da ingrandire: cliccare sulle miniature
_:
Foto_7) Frecce di ogni genere e per tutte le esigenze.
Foto_8) Alcune punte per frecce e le loro dimensioni paragonate alla mano di chi le ha costruite. Il tipo di punte qui presentate, trova impiego solo nei tornei di archi.
Foto_9_10) Particolari di un arco antico realizzato in corno di stambecco. Nelle immagini, la legatura in cuoio che ne fissa i vari listelli (foto in alto) e una delle estremità di fissaggio della corda (foto in basso). Quest’ultima, in legno, è resa solidale con la parte del corno per mezzo di precisi incastri, le cui parti sono state saldate da fibre e collanti naturali.
Foto_11) Due coppie di punte di recentissima costruzione: vengono adottate esclusivamente durante i tornei di archi.
Foto_12) Ancora dettagli sulle punte e sugli incavi destinati ad ospitare la corda.
Foto_13) L’uso dell’arco, oltre all’attività venatoria, ricopre alcuni ruoli di primaria importanza legati agli aspetti religiosi dell’Himalaya. Un esempio è dato dalle sculture poste sui quattro lati dell’imponente monumento che sovrasta Leh, capitale del Ladakh. Una di loro rappresenta Siddharta Gautama, il Buddha storico, a confronto con alcuni demoni che cercano di sopraffarlo. In questa singolare battaglia compare un arco e, una volta tanto,ad usufruire di tale mezzo sono le forze del male.
|
||||||
|
Home | significati | in edicola | database | collaborare | team | guida al mercato |
|||||||
![]() |
|||||||
|
2006© Greentime s.p.a. Editore - Tutti i diritti riservati |
|||||||