Arco n.6
2000
 


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Silvano Borrelli: Alcuni buoni consigli per la costruzione dell'arco storico
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Arco n.2 
Silvano Borrelli: La scelta del legno
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Arco n.4 
Silvano Borrelli: Progettare e costruire l'arco storico
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Voglia di preistoria
Arco n.6 
Silvano Borrelli:
La manutenzione dell'arco storico
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Marco Vismara:
Himalaya, alle origini dell'uomo

  

La manutenzione dell’arco

 

DI NICOLA SILVANO BORRELLI

 

Per garantire lunga vita ad un attrezzo costruito integralmente in legno non bisognerebbe mai tralasciare queste dieci semplici regole...

 

Dando per scontato che il tiro con l’arco rappresenta il nostro sport preferito, ecco alcuni consigli da mettere in pratica per assicurare il massimo della longevità al nostro attrezzo.

Dieci semplici regole d’oro che non mancheranno di dare soddisfazioni. 1) Innanzitutto, bisogna tener presente che l’arco fa quello che noi vogliamo. 2) Non sbaglia, mentre noi siamo passibili di errori. 3) Non pensa, compito che invece – guardacaso – spetta esclusivamente agli esseri umani. 4) Non ha altri padroni all’infuori di noi. 5) Si può tranquillamente affermare che la posizione che assume quando è a riposo è paragonabile alla nostra durante il sonno, cioè orizzontale. 6) L’arco non teme il freddo bensì il caldo. 7) Gradisce indossare un indumento confortevole, quasi un pigiama, ovvero la guaina. 8) Odia i gesti inutili. 9) Fa quello che può e 10) apprezza molto la pulizia.

Frizionarlo con un panno soprattutto sui flettenti

L’arco che richiede più cure è l’arco costruito integralmente in legno. Prima di sottenderlo, occorre frizionarlo leggermente con un panno o soltanto con la mano, specie sui flettenti, dopodiché la corda va messa in posizione, agganciando la falsa corda di caricamento (figura 1), consigliata per tutti i tipi di arco. A questo punto, con un piede al centro della stessa bisogna impugnare l’arco tirandolo verso di noi dolcemente, sottoponendolo a leggere flessioni per poi sottenderlo, facendo scorrere l’occhiello della corda fino all’aggancio nel bischero. Giunti a questa fase, si prova la tensione della corda, controllando che questa sia alla giusta distanza dall’impugnatura. L’arco va teso a 3/4 dell’allungo per tre o quattro volte e, una volta terminata l’operazione, si inizia a tirare: i primi lanci non dovrebbero superare come allungo il nostro, meno 5 o 6 cm. Dopo aver scagliato tre o quattro frecce, sentiremo che l’arco ci “segue”, va cioè in completa apertura con la normale progressione. Assolutamente da evitare una tensione dell’arco di scatto, perché si rischia di comprometterne la resa e di provocarne la rottura. Prima di scaricarlo, è preferibile tirare circa 25 frecce, facendolo riposare qualche minuto, trascorso il quale si ricomincia a sottenderlo normalmente e a tirare rispettando la regola. Se, ad esempio, siamo impegnati in una gara e gli intervalli di tiro sono un pochino lunghi per il solito avvicendamento dei concorrenti, conviene scaricare l’arco. Qualsiasi sia l’ambiente dove stiamo tirando, durante queste “pause” bisogna riporre l’attrezzo orizzontalmente, facendo attenzione che qualche distratto inavvertitamente non lo calpesti.

Quando il flettente inferiore si piega in modo anomalo

Non è escluso che talvolta, mentre ci stiamo esercitando, un flettente (di solito quello inferiore) si pieghi in modo anormale rispetto a quello superiore, fenomeno imputabile quasi sempre al fatto che viene sollecitato dalla dissimmetria della corda provocata dalla posizione delle dita. Questo però non deve preoccuparci minimamente, dato che si interverrà ruotando l’arco di 160 gradi, così che il flettente superiore lavorerà mentre l’altro riposerà, consentendo al tempo stesso all’arco di tornare simmetrico nel corso della flessione. Per questo motivo diversi costruttori adottano l’accorgimento di differenziare dinamicamente e geometricamente i due flettenti. Ciò che ho detto prima è possibile soltanto sugli archi storici o primitivi, dato che sono, ovviamente, sprovvisti di finestre di tiro. Prima di passare ad altre argomentazioni, vorrei però rivolgermi ai pochi possessori di archi antichi compositi (in legno, tendine, corno), naturalmente a quelli che li hanno acquistati e non ai costruttori, che senz’altro queste cose le sanno ma che a volte nell’entusiasmo della transazione si dimenticano di dirle. Dire che cosa? Ad esempio, come si mantiene un arco composito di tipo turchesco o pellerossa. La cosa più importante è il caricamento o sottensione della corda, una fase molto importante perché se fatta male compromette la resa e la  vita dell’attrezzo stesso. Per fare il tutto nella maniera più appropriata, occorre procurarsi due forme di legno (figura 2) adeguate all’arco, che serviranno a mettere in piega l’attrezzo prima della definitiva sottensione: naturalmente queste vanno applicate dopo che l’arco è stato messo a riscaldare in un’atmosfera calda e diffusa (circa 50°) per almeno un’ora.

Il trucco della sciarpa

Dopo aver applicato le due forme e fatto trascorrere pochi minuti, la corda potrà essere fissata nei bischeri. Terminata l’operazione, le forme andranno tolte controllando la giusta inarcatura dei flettenti: se per un motivo qualsiasi uno dei due risulta più piegato dell’altro, si ricorre allora al trucco della sciarpa (figura 3), lasciandolo così per alcune ore per poi toglierla. Se l’arco composito è stato ben costruito, dovrebbe andare a posto, soprattutto non bisogna allarmarsi se il tempo per caricarlo è così lungo, dato che questi archi possono rimanere sottesi per molto tempo (persino qualche mese). Ma soprattutto, quando verranno scaricati, sarà opportuno farli riposare ponendo le estremità verso il basso (figura 4). Dimenticavo, se l’arco in nostro possesso non è stato rivestito con scorza di betulla e laccato, evitiamo di usarlo quando l’atmosfera è umida perché avrebbe un notevole calo di potenza a causa dell’igroscopicità dei materiali che lo compongono. Qualche furbacchione in questi casi lo mette in auto, e se c’è il sole questo improvvisato forno ridà forza e coraggio all’attrezzo. Ciò che ho detto vale anche per gli archi rinforzati con il solo tendine. Terminata la serie di tiri, se vogliamo, lo possiamo scaricare pulendolo e riponendolo nella guaina, usando l’accortezza di passare sulla corda, prima di riporla, della cera d’api, avvolgendola possibilmente su un rocchetto di legno (figura 5). Accorgimento, questo, che deve essere applicato a tutti i tipi di corda, sia in fibra vegetale che sintetica: solo così, infatti, si eviteranno delle piegature dannose.

 

Nicola Silvano Borrelli

 

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