Arco n.4
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L’arco turcoDI ALESSIO CENNI Cinquecento anni fa le armate del sultano di Costantinopoli disponevano di archi sofisticati, giunti al limite delle prestazioni consentite dai materiali tradizionali. Armi micidiali nelle mani dei temibili e sanguinari guerrieri orientali.
Correva l’anno 1480 ed era l’otto di agosto. Un esercito turco occupava dopo due settimane di assedio la città di Otranto, sulla costa pugliese dell’Adriatico. L’azione di guerra era stata fomentata da Lorenzo de’ Medici, signore di fatto a Firenze e in ottime relazioni diplomatiche con il vecchio sultano Maometto II, per distrarre le forze del Regno di Napoli dall’Italia centrale. In effetti le truppe di re Ferrante I d’Aragona dovettero impegnarsi in un assedio di parecchi mesi, bloccando Otranto con trincee che impedivano sgradite sortite da parte dei temibili cavalleggeri turchi.
Foto_1) Questo arciere a cavallo,
tratto da una miniatura turca del XV secolo,
Strategie da giocatori di domino Queste strategie da giocatori di domino, erano tipiche dell’Italia del tempo. Poco dopo, nel 1482 Napoli, Firenze e Milano si alleeranno per difendere Ercole I d’Este duca di Ferrara contro Venezia e lo Stato pontificio. Cosa ancora più sorprendente, Ferrante I era riuscito ad assoldare un contingente di 1500 arcieri a cavallo turchi da spedire contro i veneziani. Questi aggressivi guerrieri orientali potevano giocare un ruolo essenziale nelle operazioni militari, unendo la velocità del cavallo alla cadenza di tiro dell’arco, molto più rapida di quella delle balestre e degli archibugi in dotazione alle fanterie italiane. Anche i veneziani disponevano però di arcieri a cavallo reclutati nei loro possedimenti d’oltremare. In Italia venivano fabbricati o importati archi compositi costruiti con corno, legno e tendine incollati secondo l’uso orientale. Sappiamo che nel 1492, alla morte di Lorenzo de’ Medici, la sua armeria personale conteneva “Sedici archi turcheschi belli e due casse colme di frecce”. I saraceni erano in assoluto i più stimati arcieri e costruttori di archi compositi dell’epoca. Nella sola Costantinopoli vi erano centinaia di botteghe addette alla realizzazione degli archi, sia per uso privato che per le necessità dell’esercito.
Foto_2) Corna di bue di notevoli dimensioni da cui sono state tagliate due stecche per i flettenti di un arco composito.
Un arco per ogni popolo dell’impero L’equipaggiamento dei guerrieri del sultano non era comunque tutto uniforme: i cavalieri provenienti dall’Anatolia, ad esempio, utilizzavano un arco ricurvo relativamente corto, con uno sviluppo lungo il dorso di non oltre 125 centimetri. I flettenti avevano una larghezza massima di 38 millimetri e l’impugnatura presentava un evidente ispessimento sul lato esterno rivolto verso il bersaglio. Quest’ultimo accorgimento era sicuramente adottato in funzione di una maggiore stabilità, dato che un arco corto con impugnatura in rilievo sul lato interno tende a basculare nella mano allo scocco della freccia. Gli archi impiegati per le attività sportive dai turchi, in particolare per il tiro a lunga gittata, somigliavano invece a quelli usati in guerra, anche se di alcuni centimetri più corti, mentre i loro flettenti non superavano i 30 millimetri di larghezza. Una parte consistente della cavalleria era reclutata tra i musulmani di Crimea e della Russia meridionale, armati con archi tipici di maggiori dimensioni (da 140 a 160 centimetri di sviluppo) e dal profilo decisamente a quattro curve. Le frecce erano lunghe e pesanti in proporzione alle impennature più voluminose di quelle turche e terminanti a coda di rondine anziché a parabola. A dimostrare che gli artigiani orientali erano tutt’altro che chiusi alle sperimentazioni, il Museo nazionale del Bargello di Firenze conserva un arco composito di forma inusitata: si tratta di un modello di circa 140 centimetri, dai flettenti stretti e diritti in corno nero con sezione a lettera D. Solo le estremità sono leggermente ricurve, mentre l’impugnatura risulta inspessita verso l’esterno nel tipico modo degli archi turchi. Una replica di questo insolito attrezzo, che ho ricostruito di recente, si è rivelata eccellente sia per la velocità della freccia che per la stabilità nel tiro su una forza misurata di 71 libbre a 29 pollici di trazione.
Foto_3) La struttura di un arco turco
era costituita da cinque elementi di legno
La taratura non scendeva mai al di sotto delle 70 libbre Ovviamente, gli archi originali del XVI secolo non sono, se non in casi fortuiti, in condizione di poter essere sottoposti a test del genere e quindi la loro forza effettiva può essere solo stimata in base all’esperienza acquisita sui materiali che li compongono e dal dimensionamento dei flettenti. Ritengo comunque che nel caso degli archi da guerra turchi e tartari raramente si scendesse al di sotto delle 70-80 libbre. Va ricordato che queste armi venivano maneggiate da soldati di professione, che operavano già in competizione contro valide armi da fuoco. Le repliche attuali di archi compositi raggiungono su questi libbraggi velocità di 190 piedi al secondo, con frecce da guerra e superano comodamente i 200 con frecce costruite appositamente per la lunga gittata. Si può essere certi che gli artigiani turchi, tartari e persiani con alle spalle un’esperienza di molte generazioni, potevano ottenere risultati superiori. Fatto sta che la cavalleria dei turchi ottomani continuò ad usare l’arco nelle guerre balcaniche sino alla fine del XVII secolo, fino a quando cioè gli europei continuarono a schierarsi sui campi di battaglia in formazioni compatte di picchieri e archibugieri con armi a miccia su cui le volate di frecce avevano un effetto micidiale. L’introduzione generalizzata del moschetto a pietra focaia, munito di baionetta, negli eserciti dell’Europa occidentale consentì di aumentare il volume di fuoco della fanteria, riducendo contemporaneamente lo spessore delle linee di combattimento e rendendo poco efficace la pioggia di frecce degli arcieri turchi, determinando l’abbandono dell’arco come arma da guerra.
Foto_4) Il tendine animale essiccato
deve essere battuto e sfibrato
Foto_5) Dopo alcune dozzine di ore di
lavoro e alcuni mesi di essiccazione
Corno e tendine nei documenti medievali Il materiale più caratteristico e appariscente di questi archi compositi, è ovviamente il corno e proprio nelle cronache e nei documenti italiani del medioevo tali archi venivano menzionati come “archi di corno” o “archi di osso” per distinguerli dai più comuni modelli in solo legno. In termini generali, il corno animale è una sostanza cheratinosa ad alta densità che tollera egregiamente la compressione senza deformarsi o fratturarsi. I turchi utilizzavano principalmente il corno di bufalo indiano, che allora come oggi veniva importato dall’Asia sudorientale. In alternativa, le fonti turche indicano l’uso del corno di una razza bobina dell’Asia minore. Il corno di bue europeo può essere a sua volta molto valido se opportunamente selezionato. Per esperienza personale e a conferma di alcuni vecchi artigiani fiorentini, il corno di bue ha caratteristiche eccellenti di elasticità e compattezza quando presenta una colorazione bianca e nera. Altri tipi di corno utili sono quelli dell’antilope orice, dello stambecco, delle capre a corna lunghe e dei mufloni. Nel contesto attuale il reperimento di questi materiali risulta tutt’altro che facile e di solito è conveniente iniziare la fabbricazione di un arco a partire dalle sue lamine di corno, la cui forma indicherà il progetto da seguire per la loro migliore utilizzazione. Altro elemento fondamentale è la fibra di tendine, ricavata da garretti di bue, cavallo o cervo, basilare per garantire resistenza e velocità all’arco composito. Interessante, a riguardo, notare che i turchi impiegavano comune tendine bovino e attribuivano grande importanza soprattutto alla tecnica di incollaggio sul dorso dell’arco per le sue prestazioni di tiro. Nel nostro Paese sono conservate varie collezioni di archi compositi. In particolare due, il Museo civico medievale di Bologna e quello nazionale di Firenze, espongono una selezione di archi, frecce e faretre dei secoli XVI e XVII conquistate dai contingenti italiani alleati degli Asburgo nelle guerre di frontiera contro i turchi. Si tratta di armi di pregevole fattura e la consapevolezza che siano stati raccolti tanti secoli fa su un campo di battaglia, non può che suscitare forti emozioni in colui che vive l’arcieria tradizionale. Maggiori dettagli fotografici, tecnici e storici sulla collezione fiorentina, sono apparsi in un mio articolo pubblicato sul bollettino della Society of Archer-Antiquaries (volume 41, 1998), l’Archery Equipment in the Medici Armoury, purtroppo disponibile solo in lingua inglese. Nuove ricerche e sperimentazioni potranno svilupparsi anche grazie al crescente entusiasmo degli arcieri italiani.
Foto_6) Un arco composito può essere testato solo nella fase finale della fabbricazione, quando ogni elemento è saldamente assemblato. Alessio Cenni
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