Arco n.3
2000
 


Arco n.1 
Silvano Borrelli: Alcuni buoni consigli per la costruzione dell'arco storico
Arco n.1 
Franco Carminati: Un museo da costruire
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Bruno Morucci: Tirare con il propulsore

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Silvano Borrelli: La scelta del legno
Arco n.2 
Marco Vismara: Torneo d'arco ad Hankar

Arco n.3 
Barnaba Maj: Conoscere il Toxophilus

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Silvano Borrelli: Progettare e costruire l'arco storico
Arco n.4 
Alessio Cenni: L'arco Turco
Arco n.4 
Bruno Morucci: A Crepy en Valois

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Bruno Morucci:
Voglia di preistoria
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Silvano Borrelli:
La manutenzione dell'arco storico
Arco n.6 
Marco Vismara:
Himalaya, alle origini dell'uomo

  

Conoscere il Toxophilus

 

DI BARNABA MAJ

 

Un professore di filosofia dell’Università di Bologna legge il Toxophilus, edito da Greentime Spa, e ne conclude che l’arco si colloca senz’altro nella sfera dall’apollineo. “Il vento ha sicuramente a che fare con la nostra identità più profonda”.

 

 

Toi oun tóxoi ónoma bíos, érgon dè thánatos Il nome dell’arco è bios e bios è vita: opera ne è la morte Eraclito, fr. 49 Diano

 

Arma, strumento di caccia e attrezzo agonistico, tra le potenze mitiche l’arco si colloca senz’altro nella sfera dell’apollineo. È infatti un oggetto individuante e luminoso, che nel rapporto tra terra e aria combina la potenza di un’energia circolare con l’esito di un movimento (tendenzialmente) lineare. Ciò ha a che fare con l’immagine stessa della vita. Giocando con il fatto linguistico che tóxon - arco - in greco antico si può anche chiamare biós, termine che evidentemente si distingue da quella della vita - bíos - solo per la differente posizione dell’accento, il frammento eracliteo sopra citato parla in realtà della “freccia temporale del tempo”, che è la coscienza individuale del tempo dell’esistenza umana.

Ma l’immagine della freccia presenta non pochi elementi di significato in comune con quella dei raggi solari, come dimostra il fatto che entra come costituente nel codice metaforico originario dell’eros. Il che conferma che siamo sempre nel segno dell’apollineo, potenza solare, fuoco che si fa luce.

 

 

Nella cultura e nella poesia

Nella cultura e nella poesia del mondo antico le fonti di una letteratura sull’arco sono naturalmente numerosissime. Qui ne scegliamo due documenti di eccezionale interesse, che forse superano il pur fascinoso episodio della morte di Achille, eroe per eccellenza luminoso, che muore indirettamente “per mano di Apollo”. Il primo, famosissimo, è uno degli episodi finali dell’Odissea. Naturalmente molti sono gli indizi della vera identità dello sconosciuto “vecchio” approdato nell’isola di Itaca. Tuttavia davvero rivelatoria è la prova dell’arco. Non è solo una prova di precisione - la freccia, mantenendo una perfetta traiettoria lineare, deve attraversare l’anello in alto di una serie di scuri - ma anche e innanzi tutto di forza. Non a caso, i pretendenti non riescono neppure a piegarlo (Odissea 21). Dunque c’è un arco, che può essere manovrato solo da quel determinato eroe. Ciò chiarisce l’aspetto metafisico più profondo dell’arco e della freccia. L’arco simboleggia la circolarità del tempo, che permane al di sotto della linearità. Inesorabilmente arriverà un punto in cui la freccia deve discendere verso la terra, ubbidendo alla gravità. La forza impressa dall’energia “curva” dell’arco cerca di spostarlo più avanti possibile. Ecco perché nell’episodio di Ulisse la gara dell’arco è così legata al tema dell’apparente vecchiaia dell’eroe. Ma il legame specifico tra un arco e il suo eroe ritorna nel Filottete di Sofocle, una delle più belle tragedie mai scritte. Qui il motivo è l’arco di Ercole, cui è legata la distruzione di Troia. Si trova nelle mani di Filottete, il più grande arciere greco della spedizione troiana, rispetto al quale lo stesso Ulisse si riconosce inferiore. Per un’oscura vicenda di contaminazione sacra, Filottete è stato però esiliato nella solitudine dell’isola deserta (l’invenzione è di Sofocle) di Lemno. L’assedio a Troia ristagna e un oracolo ha sentenziato che la città cadrà solo per effetto dell’arco di Ercole e solo se Filottete acconsente a manovrarlo. A Lemno, non certo per una coincidenza, approda proprio Ulisse - che all’esilio di Filottete ha a suo tempo contribuito - insieme a Neottolemo, figlio dell’ormai morto Achille.

 

Ulisse dissuade Neottolemo

La missione è difficilissima. Ulisse sa che non può mostrarsi. Dopo avere dissuaso Neottolemo dal ricorrere alla forza (l’oracolo lo vieta), lo persuade a “catturare l’anima” di Filottete con l’inganno. Fingendosi anch’egli ingiustamente perseguitato dai capi greci, dapprima Neottolemo riesce a farsi “consegnare” l’arco. Poi però accade qualcosa di straordinario. Lo spettacolo del dolore fisico e morale di Filottete è tale, che è l’anima di Neottolemo ad esserne “catturata”. Il giovane eroe passa per così dire dalla parte del vecchio sofferente. La missione sarebbe fallita in modo clamoroso, se non apparisse Ercole in persona, l’eroe “titolare” dell’arco, ormai divinizzato. Questo antico sfondo mitico e culturale è importante per capire il rilievo storico del Toxophilus, singolare trattato in forma dialogica pubblicato da Roger Ascham nel 1545 (London), che appare per la prima volta in edizione italiana: Toxophilus. La scuola del tiro (in due libri), a cura di Stefano Benini, Greentime, Bologna 1999. Essa si basa sull’edizione Cambridge (1904) di tutte le opere di Ascham, a cura di William Aldis Wright. Il curatore italiano vi ha dedicato grandi attenzioni - dalla traduzione alle note esplicative e all’inquadramento sempre preciso - e la bontà del risultato è evidente. Ascham, grecista e precettore della principessa Elisabetta, che diventerà la regina Elisabetta I Tudor, dedica il suo trattato al re Enrico VIII e “A tutti i gentiluomini e “Yeomen” d’Inghilterra” (ossia ai piccoli proprietari terrieri, che nel caso prestavano il servizio militare in fanteria), per “diletto” e “praticità” sia in pace che in guerra. Ma se il suo trattato fosse esclusivamente tecnico, questo legame “sociologico” non basterebbe a sottrarlo ad una collocazione storica minore. Appunto il suo sfondo culturale invece gli attribuisce ben altro rilievo. Come vedremo, infatti, il testo si presta ad un’interpretazione sorprendente.

 

Il dialogo tra Philologus e Toxophilus

Il dialogo, che si svolge tra Philologus e Toxophilus, è diviso in due parti. La seconda è più tecnica e qui ci concentreremo soprattutto sulla prima. Interessante, come meglio si vedrà, è intanto il fatto che nella prefazione “dedicatoria”, Ascham associ l’onestà al tiro con l’arco. L’esordio del dialogo richiama un’immagine platonica. Toxophilus si dice immerso nella lettura del Fedro e di essere stato rapito dal passo, in cui si afferma che “alcune anime, avendo buone ali, volano sempre attorno al Cielo e a celestiali argomenti, certe altre invece, avendo le ali tarpate e abbassate, precipitano giù in argomenti terreni” (p. 38). Anche nel Fedro, Socrate incontra il giovane Fedro, che gli parla con entusiasmo di un discorso di Lisia sull’eros e poi si scopre che, nascosto nella veste, ne possiede addirittura il testo. Ascham, dunque, mentre parla del Fedro, attraverso il suo personaggio, lo imita. Questo è un sicuro indizio di un’intenzione simbolica. Tale intenzione va verificata alla luce di una delle tesi principali del testo, che illumina l’associazione citata con la virtù, secondo cui “un uomo dovrebbe usare del gioco per amore delle cose più serie” (p. 39). È una tesi di Aristotele, che a sua volta si appoggiava sull’autorità dell’antico poeta Epicarmo. Il tiro con l’arco è fondamentale per l’uomo di studio. Il passo (pp. 40-41) sembra trattare in modo innocente solo la scelta del “migliore passatempo”. Ma la tesi precedente la pone in altra luce. Non a caso Toxophilus qui passa ad illustrare la nobiltà del tiro con l’arco, richiamandone l’ascendenza apolllinea, la letteratura e importanti esempi storici (pp. 44-48).

 

Il confronto musica tiro con l’arco

Questo aspetto della trattazione trova un culmine molto raffinato nel punto in cui i due interlocutori discutono del confronto tra musica e tiro con l’arco. Philologus osserva “che un uomo con l’arco a tracolla e le frecce è più adatto a servire Robin Hood piuttosto che Apollo e le Muse” (p. 57). Nella replica si osserva invece che, nell’Alcesti di Euripide, Apollo stesso, dio della sapienza, glorifica l’arco. Lo stesso Euripide è di nuovo citato più avanti, dopo avere ancora confrontato il tiro con gli altri sport e giochi come le carte e gli scacchi, per sottolinearne il carattere diurno e aperto. E il verso euripideo dice: “Le cose malvagie abitano e usano della notte, / quelle buone del giorno” (p. 68). Per definizione “il tiro non si nasconde” (p. 64). Questa sua qualità per così dire “etica”, non impedisce di apprezzarne l’efficacia anche in guerra, secondo il criterio per cui migliore arma è quella che, provocando molto danno al nemico, espone chi la usa al rischio minore. Anche qui i due discutono lungamente di passi antichi, dall’Eracle di Euripide a Sofocle (pp. 81 sgg.). Ispirandosi proprio a quest’ultimo, Toxophilus ricorda poi giustamente come “Troia non sarebbe mai caduta senza l’aiuto delle frecce di Ercole” (p. 86). Con questa prospettiva, la prima parte del dialogo si conclude con una ricca esemplificazione storica, che abilmente Ascham riconduce anche alla contemporanea situazione inglese.

 

Una sotterranea intenzione simbolica

La seconda parte, che si apre naturalmente con l’ovvia definizione dello scopo del tiro come “colpire il bersaglio”, ne fornisce poi un concetto che molto ha affaticato gli interpreti. Due sono le cose necessarie a questo scopo, dice Toxophilus: “Tirare diritto e tenera la distanza” (p. 127). Il curatore italiano lo spiega tecnicamente: “ “tirare diritto” significa rispettare l’allineamento col bersaglio in senso verticale, mentre “tenere la distanza” significa conferire al tiro la giusta parabola ossia il giusto alzo, il che fornisce la seconda  “coordinata” per fare centro” (ibid., n. 36). Il che ci sembra ineccepibile. Ma se partiamo dalla premessa che nel testo di Ascham c’è una sotterranea intenzione simbolica, il tema della distanza assume uno specifico valore metafisico. La conferma viene dal fatto che più avanti, ove il testo affronta un problema tecnico di chiara rilevanza per il tiro, cioè il calcolo del vento, Ascham si “lascia andare” (apparentemente) alla descrizione della natura a flussi del vento, rievocando una cavalcata nella campagna inglese ricoperta di neve, in una gelida ma luminosa mattina. Come si può vedere per esempio nei Minima moralia di Th. W. Adorno, tra i testi a noi contemporanei, il vento ha certamente a che fare con la nostra identità profonda, in termini tradizionali è una “faccenda dell’anima”. Ora, nella chiusa del dialogo Toxophilus viene chiaramente a parlare del tiro, diritto e nella giusta distanza, in termini metaforici, cioè riferendosi alla mente, all’anima e alle passioni, al corpo (pp. 203-204).

 

Il volo dell’anima

Qui il significato della “distanza” diventa tangibile. Già nel Fedro l’immagine dei due vettori dell’anima allude alla capacità di mantenere la giusta distanza rispetto alla pesantezza della terra. Questo non vuol dire “abolire” la dimensione della terra ma solo che il “volo” dell’anima deve sapere tenerne la distanza. È il tema stesso dell’anima, della sua mortalità / immortalità e delle passioni. Appunto quanto “poeticamente” aveva intuito Eraclito, prima di Platone e Aristotele: l’arco e la freccia sono una metafora originaria dell’esistenza umana, la cui eco risuona “archeologicamente” in questo testo “di corte” del Cinquecento inglese, che va dunque annoverato a buon diritto nell’importante metaforologia dell’arco. 

 

Barnaba Maj  

 

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