Arco n.2
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Torneo d’arco ad HankarDI MARCO VISMARA In un piccolo villaggio ai piedi dell’Himalaya ci si riunisce per celebrare la primavera.
La magica atmosfera di una festa alla quale ha partecipato anche Arco. La mattinata è tiepida. Tundup l’indiano è seduto a gambe incrociate sul tetto a terrazza di casa sua e sta attizzando i carboni di un’improvvisata e rudimentale fucina. Lo fa indirizzandovi il getto d’aria prodotto dal soffietto di pesante stoffa che lui stesso maneggia con velocità e sicurezza. Raggiunto il grado d’incandescenza desiderato, con estrema cura posiziona dei pezzi cilindrici di metallo al centro della brace e di nuovo, impugnato il soffietto in un susseguirsi di rapidi movimenti, ravviva la temperatura del focolare mantenendola costante per alcuni minuti. Tundup sta costruendo tre punte per altrettante frecce, le stesse che userà nel torneo d’arco del villaggio. Le immerge in un barattolo colmo d’acqua quando il loro colore è dello stesso rosso intenso dei carboni ardenti. Una cortina di fumo biancastro, generata dal raffreddamento forzato del metallo, sancisce la fine del lavoro. L’alta temperatura ha saldato le due parti che le compongono, ora non resta che pulirle dalle scorie e inserire nell’incavo posteriore le asticelle ben levigate preparate in precedenza.
Con lentezza e ponderazione vengono scelte tre frecce Sono fasi, queste ultime, che non sembrano destare preoccupazione. Tundup le compie con lentezza e ponderazione. Quando, a opera compiuta, ne controlla la linearità, sembra molto soddisfatto del risultato ottenuto. Delle tre frecce, sceglie le due che ritiene migliori, la terza farà da scorta, visto che la regola impone ai partecipanti due sole possibilità per ogni turno di tiri. La stagione primaverile è per il Ladakh e l’Himalaya intera il periodo da dedicare alle gare d’arco. Una tradizione che sicuramente affonda le proprie radici nei periodi che vedevano gli uomini misurarsi con la natura in una lotta continua, nell’intento di procurarsi selvaggina fresca e fama da grandi cacciatori. Oggi con esse si festeggia il risveglio della natura, l’allungarsi delle giornate, il profumo dell’aria limpida e dopo il gelo estremo dell’inverno condizioni di vita più a misura d’uomo. Rappresentano qualcosa di vero, di sincero. Un’espressione magica del folclore che sopravvive intatto solo nei luoghi difficilmente raggiungibili e per questo custodito e nascosto agli occhi esterni con estrema riverenza.
Foto_2) Tundup, un abitante del villaggio di Hankar, è seduto sul tetto della sua abitazione. Si appresta ad attizzare i carboni di una rudimentale fucina che verrà usata per saldare le parti metalliche delle punte di tre frecce che lui stesso sta costruendo. Nell’immagine, le punte sono visibili ai suoi piedi.
Foto_3) Le punte che Tundup sta costruendo sono composte da due parti metalliche ben distinte: la punta vera e propria e il cilindro cavo nel quale sarà inserita l’asticella della freccia. La sostanza che Tundup inserisce nella cavità posteriore delle punte, sciogliendosi all’alta temperatura della fucina, favorirebbe la saldatura delle due parti metalliche.
Foto_4_5) Dopo la saldatura Tundup controlla una punta valutandone il risultato, quindi soddisfatto mostra il suo lavoro.
Foto_6) Una volta terminato il montaggio delle frecce, Tundup ne controlla la linearità.
Un momento di svago prima di tornare al lavoro Anche il villaggio di Hankar avrà dunque il suo torneo d’arco. È per i suoi abitanti un’occasione di ritrovo molto importante, unica nel suo genere. Ci si concede un ultimo momento di svago, prima che il lavoro nei campi tenga occupata ogni singola persona per il resto delle stagioni calde. Non più di una ventina di abitazioni forse, 80-100 persone, molte delle quali sono bambini con le guance bruciate dal freddo. Questo è Hankar. Alcuni muri di preghiera buddisti lo cingono, confondendosi nella loro fattura squadrata alla forma delle rocce circostanti. Intorno nient’altro che la disarmante desolazione di un deserto d’alta quota costantemente sopra i 3500 metri, delimitato a sua volta da crinali frastagliati che senza fatica si ergono 2000 metri più in alto. In estate l’orzo, dapprima verde, con le spighe lucenti alla luce del sole radente, poi dello stesso colore dell’oro, si miscela in totale armonia con i lineamenti della valle, rendendola festosa, indaffarata, più viva. Ora, invece, i campi a terrazza sono spogli dei frutti della terra, denunciando al meglio la sensazione di asprezza del paesaggio. Sono gli ultimi giorni di marzo. Tundup, impugnati arco e frecce, si dirige verso il punto del villaggio dove avrà luogo il torneo. Ci sono alcuni uomini ad aspettarlo. Insieme iniziano ad addobbare, con file di bandierine multicolori, l’interno di un ampio tendone montato sul tetto di un’abitazione. Si tratta del luogo di ritrovo per gli arcieri che parteciperanno al torneo. Le donne si tengono in disparte, limitandosi a rarissimi interventi. Viene servito del cibo quando si è certi che nessuno manca all’appello: farina d’orzo tostato impastata con tea e zuppa di patate. Come nelle grandi occasioni, poiché proprio di questo si tratta, tutto viene abbondantemente annaffiato da frequenti bevute di chang, una birra ottenuta artigianalmente dalla fermentazione dell’orzo.
Foto_8) Il momento d’esultanza di un’arciere, legato al fatto di aver colpito il bersaglio.
Foto_9) Alcune fasi di tiro del torneo d’archi di Hankar.
Foto_10) Uno dei due bersagli del torneo d’archi. I partecipanti stanno recuperando le frecce scoccate in precedenza.
Foto_11) Il volto di un arciere è teso come la corda del suo arco.
Foto_12) Con l’avvicinarsi della sera, il torneo d’archi può considerarsi concluso. Il bersaglio, libero dalle frecce che durante il giorno lo hanno trafitto più volte, ne è la conferma.
Il suono prodotto da due tamburi L’atmosfera si scalda. Infine il suono prodotto da due tamburi di diversa tonalità richiama all’esterno del tendone i presenti. Sono due ragazzini a suonarli, proprio in prossimità del luogo dove si svolgerà il torneo. È una melodia tribale, ritmica, incessante, che ricorda i tempi ancestrali dell’uomo. Si perde ai quattro punti cardinali inondando di forza la valle. Accanto a un ricovero per animali, con tappeti e bassi tavolini di legno, in breve tempo viene allestito un angolo da riservare ai momenti di riposo. Ma prima di ogni altra cosa, la cerimonia della consegna delle frecce; è Tundup, dopo averle raggruppate dinanzi a sé, a occuparsi di eseguirla. Con estrema riverenza porge le frecce ai singoli proprietari, pronunciando di volta in volta il nome dell’interessato, il quale le riceve tra le mani ringraziando con un cenno della testa. Terminata la consegna viene versato del chang per un ennesimo brindisi, quindi finalmente il torneo ha inizio. Non ci sono regole precise da seguire, se non quella naturalmente di aspettare ognuno il proprio turno di tiro. Due sono i gruppi di arcieri per un totale di 16 partecipanti.
Come bersagli i blocchi di ghiaccio Il poligono è una terrazza incolta, polverosa, adiacente al versante della montagna che a est marca il confine naturale del villaggio. Alcuni blocchi irregolari di ghiaccio, strappati al letto di un torrente, fungono da bersagli; due. La porta di un recinto per capire e un cumulo di terra ed escrementi pronto da spargere sulle terrazze come concime. Si fronteggiano l’un l’altro da una distanza di circa 50 metri. Bastano poche scoccate per accendere gli animi. Dando le spalle a uno dei due bersagli, gli arcieri scagliano le proprie frecce verso quello opposto, quindi, conclusa la prova, insieme lo raggiungono. Controllati i risultati e recuperate le frecce, dalla nuova posizione iniziano a scagliarle verso il bersaglio dal quale sono giunti e così via per tutta la durata del torneo. La loro abilità è notevole se paragonata ai semplici mezzi di cui dispongono: un paio di frecce ognuno e tre archi che si scambiano. Sono costruiti con listelli di legno consunto fasciati insieme da una stringa di cuoio lucido e duro come il cemento. Su una delle estremità sono fissati dei lembi di stoffa dai diversi colori, cinque per la precisione: bianco, blu, verde, giallo e rosso. Gli stessi colori delle bandiere di preghiera buddiste che sventolano sui tetti delle abitazioni in segno di devozione e buon auspicio. L’instancabile peregrinare degli arcieri è continuo. Nel frattempo il suono dei tamburi agisce su di essi come una specie di eccitante. Al suo ritmo gli uomini sembrano euforici, carichi di inesauribile energia e vitalità. Ridono e scherzano di continuo. Rievocano momenti di passate dispute, quando sbagliando un tiro, o centrando il bersaglio, si erano venuti a trovare in circostanze simili. Talvolta modificano la tensione della corda, altre volte controllano la linearità delle frecce, in una specie di rituale che sembra mirato a infondere sicurezza e a sfatare i momenti negativi. A denti stretti tendono l’arco, mirano assumendo espressioni del viso che denunciano il loro sforzo. Infine la scoccata e gli sguardi d’attesa. Una frazione di secondo, la liberazione prima dell’esultanza o della delusione. Mai un atteggiamento di gelosia o competizione ostile.
Le mani sanguinano…ma non si molla la presa È metà pomeriggio quando il tepore del timido sole primaverile scompare con esso dietro le montagne. Le mani intirizzite degli arcieri sanguinano al contatto fulmineo delle frecce, ma non per questo sembrano esserci attimi di tregua. La routine è spezzata solo nei momenti di gioia dettati dalla centratura di un bersaglio, o ancora da brevi pause di riposo caratterizzate da abbondanti bevute di chang. Poi, con l’attenuarsi della luce le gare volgono al termine; tutto è rimandato all’anno prossimo. Rincasando si parla già di cosa potrà accadere, si fanno previsioni azzardate sui possibili vincitori. Nuove dispute, nuovi confronti. Quest’ultimo si è concluso senza sconfitti, a favore di un legame di profonda amicizia che gli uomini lasciano trasparire. È silenzio. Anche i tamburi tacciono da tempo e con essi l’incitamento che producevano. Avvolta in un’atmosfera magica, la forza dell’Himalaya ha di nuovo preso il controllo sul destino di ciò che accade entro i propri confini. Non ci sono mai stati dubbi al riguardo e coloro che la abitano ne sono pienamente consapevoli. Come del resto lo è il vento della sera, che con un tocco gelido e misterioso annuncia la fine della giornata.
Marco Vismara
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